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SANTA LUCIA
Anche a Garda, come in tutto il Veronese, la festa dei bambini è da
sempre la Santa Lucia. Oggi il suo sapore si è offuscato sopraffatto
dal cattivo gusto e dalla facilità del consumismo; ma, ancora ai
miei tempi, avvicinandosi il dicembre si respirava la sua sospesa
magia.
L’attesa delle sere precedenti, quando si temeva e si bramava di
udire lo scampanellare che riempiva per un istante il buio vuoto
delle viuzze. Si correva subito a letto: la santa, che portava i
suoi occhi su di un piatto, poteva gettare in faccia a chi l’avesse
vista una manciata di sabbia. E si poteva restar ciechi.
Gli ultimi giorni si faceva spesso vedere un conoscente di papà e
mamma: il castaldo della santa veniva a prendere informazioni. Si
stava allora buoni buoni per tema di ricever cenere e carboni, se
quello avesse fornito referenze non buone. Le mamme in quel periodo
tiravano il fiato per un po’.
Al calar di “quella” sera eran già preparati la polenta per la
vecchietta e il fieno per el musét, al centro della tavola, e noi
marmocchi già a letto, cullati da sogni pieni di giocattoli.
Si era già svegli a ora buia e dal canterano, oltre la pancia del
piumino ai piedi del letto, brillava l’oro pallido delle arance e
quello più caldo dei mandarini dal delizioso profumo. Si balzava giù
e, da vicino, apparivano pure i peladèi dalla buccia carnicina e i
fichi secchi, infilati in una treccia di paglia, e i péri d’invèrno
rugginosi. E, frammisti, delicate treccine e leziosi riccioloni di
pastafrolla.
Quando si faceva giorno, giù di corsa verso le case dei nonni e
degli zii per prendersi el piàtfra i tanti disposti in bell’ordine
sulla credenza: se c’era una stecca di mandorlato si urlava di
gioia. Quanto freddo e quanto correre fra i violetti grigi, per
quattro pere due mandarini un’arancia!
Poi ci si riversava nelle strade a ostentare minuscole palle di
gomma, postolettine di latta che facevano esplodere cartucce a
coriandolo, chiassosi berrettoni di lana ricavati da mille angonàre,
cavallucci di cartapesta grigia già sventrati alla sera. Chi
scivolava via su un monopattino, dipinto in rosso sgargiante, era
oggetto d’un’invidia immensa e di bassissime adulazioni per la
promessa di un giretto.
Provo pietà per i babbi d’oggi, sempre prodighi di regali e sempre
assillati e contestati. I nostri babbi d’allora, quelli sì eran
fortunati! Sempre a dir di no tutti i santi giorni dell’anno, non
per crudeltà ma per miseria. Eppure, quanto amore si riversava su
loro dagli occhi dei loro bimbi la mattina del 13 dicembre! Un
oceano di riconoscenza che durava un anno e si nutriva della
certezza d’una mattina magica che si sarebbe ripetuta di lì a dodici
mesi.
Gioiosa povertà delle Sànte Lùsie d’allora, dolceamaro sapore del
ricordo di chi le ha conosciute.
Passava qualche anno e dai ragazzi più grandi si sentiva cantare:
“Sànta Lùsia vièn de nòt
co ‘n scarpộ che l’è tut rót,
col capèl a la romàna:
Sànta Lùsia l’è tó màma!”
E una sera, stando sotto le coperte col cuore in gola, dalle fessure
delle palpebre socchiuse s’intravedeva la mamma apri la porta,
avanzare in punta di piedi e disporre frutta, dolci, giocattoli sul
canterano. Non una parola. Forse un sospiro del cuore. La mattina
dopo la reciproca confessione e la gonfia amarezza di quell’ultima,
sconsacrata Santa Lucia.
( tratto da Parole che muoiono
– Garda vècia
Pino Crescini)
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