LA NOVENA

A ogni sera della Novena, al tocco della campana, le case si vuotano in silenzio e s’empiono le vie di figure nere. La famiglia intera si reca alla chiesa: uomini chiusi nei tabarri, donne avvolte negli scialli a frange, bimbi infagottati in sciarpe e berrettoni. Sulla terra gelata e sonora il canto degli zoccoli e delle sgàlmare: pescatori e contadini.
E nella chiesa fredda calano dall’alto le mille voci dell’organo e si mischiano alle melodie gregoriane, affioranti dal coro dietro l’altar maggiore. “O Emmanuel… O Adonai… O radix Jesse… O clavis David”. Sui banchi qualche testa bianca di vecchio reclina, qualche bimbo si fa il cuccio sotto lo scialle della mamma; ma gli altri alzano il capo al rincorrersi delle note, sospese e moltiplicate, che vestono di melodia una lingua misteriosa e pur eloquente, che parla del consumarsi d’un’attesa e dell’aprirsi d’un evento felice.

“Rorate, coeli, desuper et nubes pluant iustum !
Aperiatur terra et germinet Salvatorem !”

Nulla cambierà per loro, contadini ingobbiti sulle zolle nel soffoco e nella strina, pescatori frustati dalle sòrbe e sfiancati dall’afa. Ma le parole e il canto promettono loro qualcosa che non può richiamarsi a niente di ciò che fa della loro vita un impasto di miseria e di stanchezza. Una redenzione che li lascia ancora nelle braccia del mondo duro, ma spalanca nello stesso tempo la luce di un destino più alto. Una prospettiva di cielo campisce davanti ai loro occhi: lì, a portata di mano, solo per la gente semplice:

“En, grege relicto, humiles ad cunas…”

tornano a casa I piccolo gruppi, rasente ai muri; gli uomini scambiandosi pronostici, le donne barattando ciacòle. Poi nelle case le lampade, ad una ad una, si spengono.

                                                           ( tratto da Parole che muoiono – Garda vècia
                                                                                                          (Pino Crescini)
 

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