» Domizio Calderini  » Alfonso Monfardini  » Berto Barbarani » Pietro Malerba
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 » Sindaci dal 1887  » Sacerdoti dal 1567

Domizio Calderini

Torri ha il vanto di aver dato i natali al poeta e umanista Domizio Calderini nel XV secolo; dai contemporanei considerato anche sommo erudito. “Asta viator…” fermati e avvicinati o viandante! Echi sa quante volte i turisti avranno avuto occasione di sostare davanti a questa iscrizione, scolpita in una lapide ch’era posta nell’arcata dello storico palazzo “ Gardesana”. E’ una specie di stele funebre con capitello assai decorato e rovinato dal tempo e dall’incuria. La lapide fu atterrata e ridotta in pezzi dai francesi alla fine del XVIII secolo; ricomposta venne nuovamente frantumata durante la prima guerra mondiale, poi l’amministrazione locale provvide a ricomporla e a collocarla nella piazza del porto. Domizio Calderini, un vero restauratore della letteratura italiana, nacque a Torri, dove si era stabilito il padre Antonio, che esercitava la professione di notaio e aveva presso la moglie una tal Margherita, figlia di Domenico Paese da Torri,nell’anno 1442. Da questo matrimonio nacque pochi anni dopo, Domizio: probabilmente verso il 1444, tutt’al più all’inizio del 1445, perché ce lo conferma il padre Antonio con l’epitaffio che dettò al lapicida. Questo il testo dell’iscrizione funebre: Domitius Calderinus hic natus Veronae / liberalibus studiis eruditur Roman / profectus a Sisto IV Pontefice Maximo / stipendio honoreque accumulatur / Accademiae Romanae princeps hoc / utriusque linguae eminentissimus / abstrusa  quaeque oratorum et trigesimun annum / natum pestis saeva intercepit. / Filio superstes, Antonius Calderinus hoc marmor posuit. Esisteva in Verona in quel tempo, una fiorentissima scuola (litterarium Gymnasium) istituita dal Senato Veneto, dove si studiavano le lingue classiche. È noto, tra l’altro, che il Calderini fu allievo del Brognoligo, docente in Verona a quel tempo. Terminati gli studi, fu chiamato a Venezia dall’insigne maestro benedetto Brugnoli di Legnago, all’ora insegnante di gran fama. Dopo due o tre anni il giovane Domizio fu invitato a Roma da Papa Paolo II, quale lettore presso l’Università di Roma, dove in breve tempo acquistò fama e onori. Trascorse la breve vita attendendo agli studi e in modo particolare nella traduzione dei dieci libri di Pausania e nella pubblicazione di due opere filosofiche di grandissimo pregio. La morte lo colse in Roma sotto il pontificato di Sisto IV, nel maggio 1478. Il più grande poeta di quei tempi, Angelo Poliziano, fece scolpire in Roma sul sepolcro dell’amico un epigramma da lui dettato, poi si recò a Torri in cerca di notizie e di scritti lasciati da Domizio. Nella stessa occasione il Poliziano volle che fosse scolpito sulla lapide, nella parte opposta a quella recante l’epigrafe del padre, il seguente epigramma:

Adsta viator, pulverem vides sacrum,/quem vorticosi vexas unda Benaci./Hoc mutat ipsum saepe Musa Liberthrom,/Fontemque Sisyphi, ac vireta Permessi:/Quippe hoc Domitius vagiit solo primun,/Ille, ille doctus,
ille quem probe nosti/Dictata dantem Romuleae inventuti,/Mira eruentem sensa de penu vatum,/Abi viator, sat tuis oculis debes.

 

Alfonso Monfardini

La spiccata attitudine per l’arte figurativa per Alfonso Monfardini, rivelata fin da bambino, emerge già negli anni in cui il giovane artista frequenta la scuola d’arte di Mantova dove si distingue soprattutto per i suoi bassorilievi. Grazie alla borsa di studio ricevuta nel 1908 dall’Istituto Giuseppe Fianchetti, frequenta l’Accademia “Cignaroli” di Verona nei due anni accademici successivi (1909-10 e 1910-11) ricevendo alla fine di ogni corso il premio di primo grado e diplomatosi scultore. Monfardini coltiva, tuttavia, anche la pittura che in seguito diverrà la sua attività preponderante: i rari paesaggi del 1913 attestano la sensibilità dell’artista – lungi da ogni schematismo – per Mantova e i suoi dintorni. L’esperienza simbolista astratta (1915) di quadri come “vortice” e “musica” – apprezzati da Boccioni – sono particolarmente significativi per l’ambiente culturale mantovano tendenzialmente chiuso e isolato dai fermenti europei. Monfardini ritorna presto pittore figurativo dipingendo i paesaggi friulani durante il primo conflitto mondiale, poi le amene rive di Torri del Benaco sul Garda e, infine ancora Mantova e i suoi laghi ritratti (povera gente, mendicanti) e nature morte. Poco sappiamo sui suoi procedimenti creativi: dipingeva dal vero, senza studi preparatori, tracciando al massimo piccoli pastelli sul posto. Monfardini concepisce il disegno come veloce annotazione o di memoria; ci ha lasciato, quindi, rare testimonianze grafiche anche perché – incurante del successo e della posterità – tante carte e dipinti si sono disperse con le cartelle. Resta ancora da indagare in che misura egli abbia influito sugli artisti coevi e sui giovani per i quali fu maestro ed amico (Luigi Somensari, Guido Resmi, Francesco Vaini), così come resta ancora – e a torto – sconosciuta la sua opera scultorea. È certo però che, a partire dalla Mostra Artistica Mantovana del 1915, la presenza di Monfardini alle mostre mantovane è costante e ininterrotta finche visse: espone – per citare solo qualche nome – alla IV Mostra d’Arte (1927) e alla Fiera d’Arte Mantovana (1928), alla Mostra Provinciale di Pittura e Scultura e alla Mostra Nazionale d’Arte Futuristica (1933), alla “Mostra dei Pittori, Scultori e Incisori Mantovani ‘800 e ‘900 (Palazzo Tè 1939), e numerose Sindacali e alla 1° e 2° Mostra Provinciale degli Artisti Indipendenti (1948 – 49), al “Premio Mantova” e alla Rassegna delle Arti Figurative Mantovane dall’Ottocento ad oggi (Casa del mantenga, 1961). La sua affermazione artistica però, non si limita alla città natale ma si espande a livello nazionale: basti pensare alla sua partecipazione alla XXV Biennale di Venezia (1950).Bibliografia essenziale

 

Berto Barbarani

Passava spesso dei periodi a Torri in compagnia del pittore Angelo Dall’Oca Bianca. La pagina che abbiamo pubblicato è tratta dal suo libro-diario 
“SOLITUDINI SUL GARDA”, scritto negli anni ’20 e pubblicato per “LORALBA HOTELS” nel giugno del 1999.

Da Garda a Torri, la poetica strada dapprima ci tenta e lusinga con una serie di casine graziose e di villeggiatura di fasto e nobiltà, fino alla Punta di San Vigilio. Poi visto che siamo dei misantropi, degli anacoreti, ci inizia e ci comunica con la pura intimità della riva lacustre, ne eccita con la fantasia a sfiorare con occhio avido le fresche nudità delle ninfe e le perfide malìe delle sirene del Garda, ci fa sentire con mano maestra le diverse armonie delle onde, che si compongono da sè stesse nella nostra anima in un inno goliardico… Ecco Torri ! – sostiamo in piazza. – e subito appare il suo primo cittadino onorario, Angelo Dall’Oca Bianca, l’illustre pittore del Garda, che ci accoglie con un formidabile e festoso Ohi là ! Evviva – agitando la clava. Una immensa vela gialla entrava lentamente in porto, manovrando. Era la prima del genere che gli portava il vento della primavera ed egli ben presto ne fu assorto e conquiso. Noi pensiamo ad altro…! Su per la strada d’Albisano, fra olivi. In alto la chiesa candida.
Ad osservar bene con pietoso animo un gruppo di olivi,ci appariscono tormentati in tutte le guise da una tortura sapiente ed estetica. Che mette nelle loro contorsioni disperate e nel loro spasimo, un sapore di posa classica, che ricorda i migliori episodi tragici della scultura greca qualor si voglia rivestire di polpe questi strani produttori di ramoscelli di pace. Se li prendiamo invece proprio così come la natura e gli uomini li han conciati,ecco una eterna danza degli scheletri, come quelli che si vedono sulle facciate degli antichi cimiteri di campagna. Rinuncio a descrivere il meraviglioso tramonto di quella sera sul lago. Aveva del sopranaturale. Lo descriverò, dicevo tra me, domani sera. Ma sarà poi lo stesso? Allora un’altra sera, fino a che morrò col desiderio di farlo mio… Ed anche quello sarà, un bel tramonto! Mattina: si inizia il ritorno delle barche dalla pesca del carpione che è il più gustoso e apprezzato boccone del Garda, e vive soltanto in questi paraggi di gran profondità. Le barche sono una trentina e tornano quasi contemporaneamente. I pescatori si erano allontanati dal porto verso le cinque del mattino e vi ritornarono freddolosi e avvolti in certi pastrani lunghi e di colore incerto, che danno lor l’aria di tanti giovani di studio di avvocato a una lira al giorno. Legano le barche agli anelli della banchina, tengono celato il tanto o poco pesce inretinato, per non far sapere niente a nessuno; non si parlano, non si guardano manco in faccia; e raccolte le proprie cassettine con il giro del filo e gli ami coi pesciolini di latta, si avviano a casa per ridursi poi al Caffè Centrale a confortarsi con un bicchierino, davanti la bocca del forno acceso. Arriva un barcone carico di legna da ardere. Porta scritto sulla chiglia Val di Sogno il nome del barcone. E’ legna di Val di Sogno che finirà in pochi pugni di cenere anch’essa.la buona leggenda, che perpetua ancor oggi in Torri del Benaco la creazione delle “ Bele Done”ha per contrasto una realtà nella vicina Castelletto di Brenzone dove esiste virtualmente una così detta “fabbrica delle moneghe” (convento). Ciò non toglie che anche a Castelletto non vi siano delle donne piacenti. Il Lago di Garda è bello da per tutto. Perché non si devono giustamente specchiare tutte le donne del lago, che non si isdegnano tale rifrazione di bellezza. Da Torri del Benaco. Settembre - Dormivo in una stanza d'angolo della «Gardesana», prospiciente al lago. E stavo sognando di essere capitato nel cuore di una smagliante e multiforme tavolozza di tinte sparse e diffuse in paesaggi, figurine, vele al vento ed olivi sempre in vena di rabbrividire al più tenue alito di brezza. Era questa una naturale galleria d'arte viva e palpitante, resa tale per miracolo di fattura e di colore: Torri del Benaco! E m'accadde, senza tremore, di attaccare discorso con le vecchie «Parche» sedute sulla soglia di una casetta a filare, e brindavo in alleluia ne l' «Osteria della Campanella» o passeggiavo col naso all'aria pel «Vicolo delle galline», mi impietosivo davanti i «Passeri del Sabato» o mi lasciavo sedurre dalle «Sirene del Garda». E cento altri soggetti umani e spirituali mi circondavano o si accostavano a riva. Rara, unica al mondo, forse, questa galleria che ti rende ed esalta al di là della sensibilità ordinaria, tutto un mondo piccino in riva al lago stupendo, magnificato da un preclaro maestro, che vi ha prodigato un ventennio di primavere ed altrettanti autunni della sua più ispirata energia: Angelo Dall'Oca Bianca! Mi cacciarono fuori da codesta magica ed amabile esposizione, che l'illustre pittore ribelle non poteva certo impedire nel mondo dei sogni, due fischi di vaporetti, che incrociavano al pontile, tanto da la via di Riva, che dalla linea di Peschiera. - Allora, sono le otto, conclusi io saltando da letto e spalancando quella tal finestra d'angolo della nuova elegante appendice dell'albergo. E mi affaccio alla soglia del novello sogno! Il lago era mosso, quasi agitato, ma non troppo (come nelle sinfonie per violoncello). Di fronte a me, tutto intiero il profilo di Napoleone, (sul Monte Gù) striato di muscoli ed arterie come un gran pezzo anatomico, riposava così bene, che parea stesse per voltare il naso da codesta parte, sul suo letto di roccia. Più sotto, quasi perla d'orecchino, pendeva la chiesetta candida di Gaino, dominante le laboriose e fumiganti cartiere di Toscolano. Sulla banchina nuova del porto, si stendeva malgrado non fosse ancora apparso in paese, una luce artificiale di sole. Il miracolo di deve alla minuta ghiaietta lagamente profusa del marmo giallo di torri, macinato nei pressi della chiesa e della quale appare anche bordata l'elegante curva della riva, sì, che il bel villaggio peschereccio e celebre per gli suoi squisiti carpioni, appare acconciato con la salsa majonese! E non esagero. Sotto l'ampio chiostro della «Gardesana» e della terrazza dei «Calcinardi», si respira tutto il palpitio sonnolento del lago quando è cheto, uniforme. E la rude feudalità incombente del Castello, accigliato come un vecchio sagrestano di basilica millenaria, raccoglie fra i cespugli, dei merli le nidiate canterine. Esso stringe pure, nel suo amplesso nerboruto, tutto a nocchie e bugne di sassi tondi murati nella calce viva, buona parte in giro delle case e delle osterie, con gli orti e i giardini. L'anima di Torri è tutta qui, tra una muraglia di prigionia ed un enorme respiro di libertà del più limpido azzurro. Anche i ciuffi di verde, che danno sul lago, palme, magnolie, agave, sono raccolti con garbo e contenuti in terrazze e giardinetti oppure vegetano in solitudine i grossi gelsi chiomati capeggianti i viottoli o le piazzette che menano al lago. I pescatori si adunano sugli angoli riposti della via principale ad intessere reti; gli olivi si confortano in pace cheti come l'olio che danno ed anch'io raccolgo queste impressioni sperdute, poi che ne sono l'estensore legittimo. Una volta, ai vecchi «Canevini» si ballava in faccia al lago, disperatamente, all'ombria di due nespoli del Giappone, mentre il famigerato automatico galeotto, faceva turbinare le coppie come i cavallini della giostra.Il sito, distava dal paese quel tanto di strada che le ragazze in vena di sgranchire le gambe, con la scusa di «far due passi», potessero sottrarsi alla diretta sorveglianza dei famigliari. E ci si sentiva così lontani dal mondo, là, sotto quei due nespoli, tal che si perdonava volentieri anche delle scapestrerie musicali dell'organo. Ed era in quella onesta baraonda, che si raffinava nella ginnica dei flirt il miglior prodotto originario di «Torri da le belle donne»! Ora i vecchi «Canevini» sono scomparsi e mutati in pacifica villegialura. I «Canevini nuovi, con gli stessi padroni, si sono stabiliti un po' più verso il paese, fuori dalla polvere delle automobili, in dimora civettuola fra gli olivi e le vigne. Ma ahimè! L'organo automatico fu …arrestato dai Reali Carabinieri appunto perché lo reputavano un galeotto! In tutto questo per dirvi, che una mattinata di domenica, ospite appunto di una famiglia che villeggiava ai vecchi «Canevini» defunti, mi capita giù, sotto i nespoli del Giappone, agghindata per le feste, la bionda servetta Pierina, in procinto di recarsi alla messa. Tiene una cartolina in mano e sfavillante dagli occhi, un lampo di soddisfazione, me la sventola sotto il naso, come per dire che non sono solamente i signori, che ricevono la «posta». - El lesa qua! Leggo: «Se vuoi sapere chi sono io, ciapa el piroscafo e còreme a drio!» Cerco di ottenere una spiegazione, ma quella mi scappava a raggiungere un chiassetto di compagne che venivano rastrellando per via le ritardatarie e si avviavano frettolose alla chiesa, con la veletta nera in mano. Anch'io mi avviai verso il paese, seguendole a breve distanza. Ogni qual tratto , due di quelle rondinelle, rallentando il passo, tenendosi per mano o a braccetto, una testina si piega verso l'orecchio dell'altra e si confida. Non si sa poi, se il viso del forzierino in gonnella, dove è stato rinchiuso il segreto, sorrida sventato o si faccia scuro e pensieroso… Il bel porto di Torri è irto di antenne dei barconi che riposano con le vele ammainate. Anche il molo è seminato di pescatori che siedono sulle banchine con la pipa in bocca. Soffia un sensibile «Vento de Sora» o «Andro» che inquieta lo specchio blu-azzurro del lago e lo aggriccia sì che le ondine rabbuffate, sembrano tante code di ermellino. I paesi della opposta riva, i primi baciati dal sole, sgranano tanto i dentini. Quest'oggi voglio proprio godermi il pomeriggio in paese, guardando a giocare le bocce! É proprio da «Eugenio», al «Giardino» che si gode questo eccezionale e gratuito spettacolo. L'ambiente è uno dei più caratteristici e riposanti. Appena entrati si sente un buon odore di pane che mai, poiché alla festa si sforna tardi ed Eugenio è anche padrone di forno. I due giochi di bocce determinati da muriccioli in cemento sono allineati sotto la muraglia medioevale, che parte dal Castello e va fino alla chiesa avviluppandosi così il paese in una cinta di paterna tutela. Attorno ai giuochi, su un rialzo d'angolo sono raccolti i tavoli sotto l'ombria di giovani ippocastani. Da qui l'occhio spazia al di là della muraglia, che in questo punto è abbassata, su per la collina, verso Albisano. Il gentil paesino, che ogni tanto fa sentire le sue campane argentine, affiora la candida chiesetta e la pittoresca linea di case e di villini, sul bosco degli olivi. E da un certo punto del mio osservatorio, pare che il campanile sia in arcione a cavallo della chiesa, e se ne veda che il busto quadrato e la testina tonda come certi giocattoli di legno della Val Gardena, dove soldato e cavallino sono tutto un pezzo, al pari dei Centauri. Sono entrato dunque da Eugenio, che mancava un'ora alle funzioni. Il vento della mattina aveva sconvolto un poco il cielo torrigiano, sul quale passava turbolento qualche nuvolone grigio. Le boccie rotolavano sordamente sul piano dei due giochi, ricoperto anch'esso di quel granulato giallo di Torri, e ben due partite erano impegnate a fondo. - I zuga anca su! Osservò un visitatore ridendo. Era in ballo a sfidarsi, una cospicua collezione di anziani del paese capitanati dal prode Eugenio. C'erano «El Momi», «El Schena», «El Pedana», «Bartobel», «Cirico scarparo» ed altri. E la franca e rude parlata veneto-lombarda con una punta di trentino, raggiungeva dei toni alti e discordanti come i primi svariati accordi strumentali di una musica del villaggio, prima che arrivi il maestro. - E pensare, dicevo tra me, che quando vanno o tornano dalla pesca, questi signori sono muti come un carpione! Si capisce che la voce non la spendono che alla festa. Gli spettatori sono seduti ai piedi della muraglia sopra un largo gradone di pietre cementate, alto come uno scalino dell' «Arena» di Verona - con un cippo quasi romano nel mezzo dove sfumano i litri del sacrificio. E sono assai interessanti a vedere e studiare nelle loro pose naturali, nelle gioie del riposo, nell'ebbrezza della contemplazione.. Ma il pastore della chiesa chiama i renitenti alla … leva del «Vespro» a le funzioni. I presenti si diradano. Resta solo una partita in piedi e qualche curioso. Passa un po' di tempo e si spandono i rintocchi della benedizione, i giocatori fermano il gioco. Chi lo porta in testa, si toglie il cappello. Un vecchiotto si fa il segno della croce. Poi il gioco continua e il «Giardino» si ripopola. Fin che le cose procedono così, la religione non perderà certo terreno. Ma nemmanco il gioco delle boccie! Stassera il lago ha dei brividi di carne color rosa corallo, leggermente corrusca da una folata d'aria febbrile, feminea, che gli imprime dei rossori improvvisi di un pudore delicato oltre modo. Ma l'altro dì, su di un panno di velluto azzurro era posata laggiù, verso la Bresciana, una gran lama di spada d'oro e ieri era di argento brunito. A contemplare il lago c'è da diventar milionari dopo un breve soggiorno. Come batte il sole sull'opposta riva è un disciogliersi di perle, uno sfavillar di brillanti. Ma il sole è un grande imbroglione!

 

Pietro Malerba

Pietro Malerba monaco dell’ordine dei Gerolimini e capo di una Congregazione che portava il suo nome, era considerato uomo da meriti non comuni. Per questo il 13 maggio 1469 gli fu conferito l’antico convento con annessa chiesetta dedicata ai Santi Faustino e Giovita in Torri e con esso anche quello di San Felice dopo Frader. A Torri vi giunse sicuramente malato perchè morì il 13 dicembre dello stesso anno. Un’antica leggenda narra che il religioso fu sepolto nel piccolo cimitero adiacente il convento. Sulla sua tomba non cresceva un filo d’erba, ne un fiore. 
Mentre sulle altre e per tutto il cimitero il verde tappeto attecchiva con facilità, il piccolo spazio dove lui riposava era arido e secco. Preoccupati i confratelli pensarono ad una maledizione ed avvertirono il Vescovo di Verona che sorridendo propose ai frati di mettere  le sue ossa in una bara e metterlo in chiesa. Fecero quindi costruire un sarcofago in marmo e lo misero alla sinistra dell’altare. Sul lato vi fecero scolpire una frase che probabilmente fu dettata da Domizio Calderini suo coetaneo e che sicuramente avrà conosciuto il beato; <<Ebbe nome Malerba, ma in realtà esalò profumi come il più candido fiore che cresce in paradiso>>. 
Da quel giorno e per molti anni un lieve e soave profumo avvolse la piccola chiesetta di campagna.

 

Gregorio Rigo

Un altro cittadino di Torri del Benaco che meritò larga fama di scienziato esercitando la professione di farmacista e botanico, oltre che fervente patriota. Fece preziosa raccolta di prodotti erbari recandosi anche all’estero.  Il Vedovelli che ebbe occasione di  conoscerlo di persona, ricorda con affetto questo insigne studioso e infaticabile ricercatore. Una lapide murata sulla facciata della casa natale ne tramanda il ricordo: 
in questa casa visse e si spense ottantenne Gregorio Rigo, garibaldino di Monte Suello e Bezzecca, farmacista e botanico insigne. La Patria, Torri del Benaco e i botanici veronesi esaltando l’uomo valoroso e buono, il troppo modesto studioso, porgono questo ricordo.

 

Gabriele D'Annunzio

Gabriele D’Annunzio è stato uno dei protagonisti più irrequieti e discussi della cultura e del costume italiano dalla fine dell’Ottocento fino agli anni trenta del Novecento. nella sua vastissima opera egli tenta di realizzare quella fusione fra vita e arte che era stato il sogno degli artisti decadenti. In lui prevale prima un estetismo sfrenato e sensuale, non sempre tuttavia sincero e a volte artificiale, poi il cosiddetto mito del superuomo, molto lontano però dalla radicalità del filosofo tedesco Friedrich Nietzsche a cui il poeta italiano si era ispirato. Gabriele D’Annunzio nacque a Pescara nel 1863 ed esordì precocemente e con grande successo con le raccolte di poesie Primo Vere (1879) e Canto Novo (1882), in cui era evidente sia l’imitazione di Carducci, sia già una propria ispirazione personale. Trasferitosi a Roma, si inserì nella società mondana e intellettuale della capitale, conducendo una vita frenetica, tra amori e avventure, in nome di un estetismo e di un erotismo a cui sarebbe rimasto sempre fedele. Sul piano letterario assimilò la sensibilità del Decadentismo europeo, nel 1889 pubblicò il suo primo romanzo, Il Piacere, seguito nel 1892 da L’Innocente. Un decadentismo meno morboso e più intimistico viene espresso nel Poema paradisiaco, che risente dell’influenza di Verlaine e che poi influenzerà almeno in parte i crepuscolari. Nel 1894-95, in romanzi come Il trionfo della morte o Le vergini delle rocce, si affaccia l’ideologia del superuomo che diventerà dominante nella sua produzione successiva. Sul finire del secolo iniziò una attività teatrale (Francesca da Rimini, La figlia di Jorio) di grande successo. venne nominato per un breve periodo deputato, passando clamorosamente dai banchi dell’estrema destra a quelli dell’estrema sinistra. Si ritirò infine nella villa “La Capponcina”, vicino a Firenze, dove visse, tra il lusso e gli scandali, una relazione sentimentale con Eleonora Duse, la più famosa attrice del tempo. In questo ritiro compose i primi tre libri (Maya, Elettra, Alcyone) delle Laudi del cielo, del mare, della terra, degli eroi (1903), forse i versi più belli e autentici della sua produzione poetica. Travolto dai debiti, sequestratagli la villa, fuggì in Francia dove compose Merope, il quarto libro delle Laudi, che celebra la conquista della Libia. Rientrato in Italia, allo scoppio della I guerra mondiale, D’Annunzio fu acceso Nazionalista e interventista. La guerra fu per D’Annunzio occasione per tradurre in pratica il suo mito di una “vita inimitabile”. Alla fine del conflitto, protestando contro quella che riteneva una “vittoria mutilata” marciò con unpugno di legionari su Fiume, occupando la città, ma venne scacciato dall’esercito italiano. Si ritirò a Gardone nella Villa che chiamò “Vittoriale degli Italiani” che trasformo in un museo delle reliquie delle proprie gesta. Si schierò apertamente con il fascismo, ma dopo un primo momento di onori e di riconoscimenti, venne isolato da Mussolini. Morì a Gardone, nel 1938, dopo una malinconica e un po’ poetica vecchiaia.

 

Giuseppe Nascimbeni

Giuseppe Nascimbeni, fondatore delle Piccole Suore della Sacra Famiglia, presenti oggi in diversi Paesi del mondo, nacque a Torri del Benaco il 22 marzo1851. Figlio di genitori modesti, ma ricchi di fede e di pietà cristiana, trascorse l'infanzia nel suo paese natale. Frequentò il seminario a Verona e, ordinato sacerdote il 9 agosto1874, celebrò la sua prima messa solenne nella parrocchiale di Torri il 15 dello stesso mese. Avendo conseguito la licenza magistrale, fu inviato a S. Pietro di Lavagno, cooperatore e maestro elementare. Tre anni dopo, giunse a Castelletto di Brenzone (VR), prima in aiuto all'anziano parroco don Donato Brighenti, poi, alla morte di questi, su richiesta della popolazione, parroco (1885). Sacerdote di profonda fede, di fervente amore a Dio e al prossimo, tutto preso dalla "passione" delle anime e dalla carità verso i bisogni del "povero popolo", seppe coniugare straordinaria preghiera e indefessa attività. Ebbe collaboratrici fedeli le suore dell'Istituto che egli stesso fondò, su consiglio del suo vescovo Mons. Bartolomeo Bacilieri, nel 1892, perchè si dedicassero alla educazione della gioventù più abbandonata, all'assistenza degli infermi, alle necessità dei poveri. Promosse il miglioramento anche materiale della sua gente; si adoperò perchè il paese potesse godere dei servizi primari: posta, telegrafo, illuminazione, cassa rurale, oleificio.
Allo scoppio della I guerra mondiale, si interessò dei soldati, mandò suore negli ospedali militari, aprì orfanotrofi per accogliere tante bambine sole, diede ospitalità a profughi e bisognosi. "Pastore" attento al suo gregge e contemporaneamente "Padre" delle suore che andavano prodigiosamente moltiplicandosi, dedicò tutte le sue energie alla edificazione del Regno. Logorato dalle fatiche e purificato da lunga malattia, il 21 gennaio 1922 fu chiamato alla vera vita. Il suo Istituto contava allora 630 suore e 114 case filiali. Il Papa Giovanni Paolo II lo proclamò beato il 17 aprile 1988 a Verona. A Castelletto, le sue spoglie, in un' urna presso la cappella delle suore, sono meta di pellegrini che sostano in preghiera. La casa natale, a Torri, è diventata "casa di accoglienza" per sacerdoti, opera tanto desiderata dal Nascimbeni. Nella stanza in cui egli venne alla luce arde, giorno e notte, una lampada che addita la presenza di Cristo Eucaristia.

 

Gian Domenico Marai

Un personaggio importante nella storia di Torri, fu il canonico della cattedrale di Leybach Gian Domenico Marai. Morì nell’anno 1812 dopo aver dedicato tutta la sua vita agli studi e alla professione del ministero. Diede prova del suo talento predicando nelle chiese del Lago, Verona, Mantova e Brescia. Pubblicò i suoi saggi e le sue prediche, un poemetto su San Vigilio, lettere e preziose notizie su Benigno e Caro i due eremiti di Malcesine. L’opera più importante del canonico torresano resta << Il Benaco llustrato>>,pubblicato nel 1879. in quest’opera il Marai accenna anche al ritrovamento di monete imperiali di trovate all’inizio del XVIII secolo vicino a Torri.

 

Luigi Eccheli 

Nacque a Torri nell’aprile 1893, compì gli studi a Rovereto e si laureò in giurisprudenza all’università di Gratz. Svolse delle mansioni dirigenziali presso l’intendenza di finanza di Trento e in un secondo momento a Riva del Garda. Trasferito a Belluno vi rimase fino al pensionamento. Tornato a Torri si dedicò finalmente alle sue passioni fra l’altro mai abbandonate quali, la pittura e la storia di Torri compreso l’entroterra veronese e parte del trentino. Nel 1933 pubblicò il libro “Torri Garda e la Gardesana prima del Mille”. Sarebbe dovuto seguire un secondo volume con la storia di Torri dal mille all’unità d’Italia, da Berengario I ai Savoia, ma nell’estate del 1963 Luigi Eccheli morì. Il libro è stato pubblicato trentaquattro anni dopo, da G.P. suo genero e curatore della preziosa opera, ritenuta una sorgente indispensabile per gli appassionati di storia del nostro bel paese.

                                                                                                                                                                                                   
                                                                                                                                                                                   
 

 

 

Berengario I -  Re d'Italia

All’ inizio del X° sec. per difendersi dagli Ungheri che seminavano terrore su tutto il veronese, Berengario I ordinò che fossero costruite le mura che circondano il paese, inoltre che si innalzasse il castello di Pai. In un diploma dello stesso re, del 904, troviamo per la prima volta il nome di Torri (Tulles), che allora dipendeva dalla contea di Garda. L’anno seguente, poi, ritroviamo Berengario nel nostro paese, dove datò sei diplomi, con i quali ricompensò coloro che lo avevano aiutato nella lotta contro Ludovico III di Borgogna. Oltre alle mura questo re ha lasciato un ricordo di sè nella torre che domina in piazza della chiesa. Questa doveva essere una delle quattro torri d’angolo della cittadella fortificata che corrisponde all’attuale << Trincerò >>: tale rocca era circondata da mura e serviva da ultima difesa, nel caso gli assedianti fossero riusciti a penetrare in paese. Una epigrafe murata sul lato nord della torre, da un nostro concittadino, dopo più di mille anni dice: Berengario I, Re d’Italia, nei giorni 31 luglio e 1 agosto 905, fu a Torri e da qui – dieci giorni dopo, riconquistato il regno, datava sei diplomi – oggi preziosa parte delle fonti per la storia d’Italia.

 

Angelo Dall'Oca Bianca

Angelo Dall’Oca Bianca nacque a Verona il 31 marzo 1858. Scoperto molto presto il suo talento per la pittura, frequentò giovanissimo l’accademia d’arte e a soli diciotto anni incontrò un successo di pubblico tale da partecipare nel 1912 con 83 opere alla Biennale di Venezia. Oltre alla sua Verona, Dall’oca si innamorò anche di Torri. Questo è dimostrato da molti quadri dedicati ai vicoli del nostro paese e ribattezzati poeticamente da lui una seconda volta. Alloggiava quasi sempre all’ Hotel Gardesana, ormai era di casa. Spesso si incontravano sul porto assieme all’amico Berto Barbarani. L’11 ottobre del 1925 (frequentava Torri già da 15 anni), fu nominato Cittadino Onorario del Comune di Torri del Benaco. In questa occasione Barbarani documentò la cerimonia in veste di cronista per “La Gardesana”, giornale di quell’epoca. Continuò a dividere la sua cittadinanza torresana con Verona fino il 1936, anno in cui per uno screzio con l’Amministrazione Comunale d’allora partì senza mai più fare ritorno. Alla sua morte il 18 maggio 1942, lasciò tutti i suoi averi e quadri al Comune di Verona, affinché costruisse delle case per i poveri. A Torri lascia molte opere, ritratti di belle donne, scorci e barconi e una meravigliosa Madonna con Bambino, che regalò allora al Comune, oggi si trova nell’ufficio del sindaco.
 

 

 


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