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La Chiesa Parrocchiale

La settecentesca chiesa dei Santi Pietro e Paolo sorge sull'area della precedente chiesa parrocchiale di epoca romanica, dedicata agli stessi santi e demolita nel 1719per consentire l'edificazione dell'edificio attuale. Progettata dall'architetto lombardo Antonio Spazzi su commissione del parroco don Domenico Sartori e costruita con la partecipazione di tutti gli abitanti del paese, fu benedetta solennemente il 7 giugno 1731, sebbene ancora incompleta. Terminata nel 1769, venne consacrata dal vescovo Innocenzo Liruti il 4 ottobre 1812. La facciata, sul quale si apre il bel portale in marmo bianco di Sant'Ambrogio, realizzato dal lapicida Domenico Cecchini (1730), reca sulla sommità delle lesene laterali le statue dei santi titolari scolpite dal veronese Michelangelo Speranza (1722). Quelle di San Giuseppe, di San Filippo Neri, di Sant'Andrea e di San Valentino nelle nicchie sono invece opere moderne di Giuseppe Zampieri (1903). Sul fianco settentrionale sorge l'Oratorio edificato nel 1847, un tempo separato dalla chiesa da un tratto della cinta muraria medioevale abbattuta nel 1904. L'altare seicentesco collocato al suo interno proviene dalla chiesa soppressa di San Giovanni Battista? Oltrepassato l'ingesso principale, sulla controfacciata è visibile lo splendido organo di Giuseppe e Angelo Bonatti di Desenzano (1742 - 1744) con l'elegante cantoria e i sottostanti confessionali, condotti a termine nello stesso periodo dagli intagliatori Nicolò e Cristoforo Gelmetti di Toscolano Nelle nicchie sulle pareti laterali all'organo sono inserite le statue di Sant'Agostino e di Sant'Ambrogio, eseguite come le altre tre della navata, da Michelangelo Speranza nel 1723. sempre nello stesso anno il veronese Felice Cappelletti affresca sul soffitto l'ovale raffigurante il salvataggio di San Pietro. Procedendo verso l'abside, dentro una cappellina a destra, si trova il fonte battesimale (in origine collocato sul lato opposto), la cui coppa in marno, realizzata dal tagliapietra Angelo Galletti di Torri nel 1823, sostituisce la più antica vasca ottagonale oggi conservata al Museo del Castello. Segue l'altare di San Vincenzo Ferrer e di San Antonio Abate, eretto da Felice Morelli di Albisano, in collaborazione con Pietro Maderna e Ambrogio Pagani (1764 - 1769). Le statue laterali di San Giovanni Nepomuceno, San Luigi Gonzaga e la pala con i Santi Giuseppe, Antonio Abate, Vincenzo Ferrer e Luigi Gonzaga, del veronese Felice Boscaratti, vennero offerti alla chiesa da Almerico Gonzaga dei principi di Castiglione delle Stiviere, allora residente nell'eremo dei Camaldolesi di Garda. Oltrepassata la porta laterale sovrastata dalla statua di San Rocco di Michelangelo Speranza, troviamo l'Altare del Rosario, assai pregevole per l'eleganza del disegno e la calda tonalità dei marmi impiegati,progettato e realizzato, come quello gemello sul lato opposto, da Cristoforo e Teodoro Benedetti di Castione di Brentonico (1723 - 1729). Entrambi gli altari recano sulla sommità una coppia di angeli scolpiti dal veronese Giuseppe Antonio Schiavi. La pala originale dell'altare che raffigurava la Madonna con i santi Domenico e Caterina, attribuita dai documenti a Bartolomeo Signorini, è purtroppo perduta. Sull'ovale del soffitto è affrescato l'angelo che abbatte gli idoli di Felice Cappelletti (1721 - 1722). Il presbiterio fiancheggiato all'esterno dalle statue di San Gregorio Magno e di San Girolamo dello Speranza, è racchiuso da un'elegante balaustra, di recente ridotta nelle dimensioni per facilitarne l'accesso all'altare moderno previsto dalla nuova liturgia. Sui piastrini d'ingresso è ancora leggibile la data 25 maggio 1702. L'Altare maggiore, opera del veronese Tomio Tomezzoli, la Madonna in trono tra i santi Pietro e Paolo, dipinta dal bresciano Sebastiano Aragonese (1558), e la sovrastante lunetta con il Padre Eterno (1712) si trovavano in origine nella vecchia parrocchiale. Il Trionfo della Fede sulla volta dell'abside è stato invece eseguito nel 1895 dal pittore Gualfardo Lipella, assieme alla decorazione a finti stucchi dell'intero edificio. Dello stesso anno è anche il pavimento in marmi nero di Como e rosso e bianco di Sant'Ambrogio, realizzato su disegno dell'architetto Angelo Gottardi. Proseguendo lungo la navata verso l'uscita della chiesa, subito dopo la porta che immette nella sacrestia, è situato l'Altare della Madonna del Carmine di Cristoforo e Teodoro Benedetti (1723 - 1729), affiancato dalle statue di Sant'Alberto e di Santa Teresa d'Avila aggiunte nel 1744 da Michelangelo Speranza. La splendida Madonna con il Bambino, sant'Elia e san Simone Stock, firmata e datata dal veronese Simone Brentana (1733), è stata restaurata nel 1992. Oltrepassato il bel confessionale in legno scolpito da Ognibene Tisi di Verona (1740), sopra il quale era sospeso il pulpito settecentesco oggi non più esistente, troviamo l'Altare di san Filippo Neri, il più sontuoso dell'intero edificio. Dedicato dalla comunità di Torri al suo patrono, fu realizzato dai lapicidi veronesi Carlo Turrini e Daniele Cornelio (1735 - 1739). La Madonna con il Bambino e san Filippo Neri, opera assai pregevole di Pietro Rotari, è stata sottoposta a restauro nel 1994.
Testo di Marina Repeto Contaldo, pubblicato dal Comune di Torri del Benaco il 5 gennaio 2001

 

Il Castello Scaligero

Il castello Scaligero di Torri Del Benaco secondo alcuni studiosi risale al I° sec. A.C. cioè al periodo romano. Secondo altri invece, fu edificato da Berengario I°, re d’Italia nel X sec. per difendersi dalle invasioni degli Ungheri. Fu più tardi ristrutturato da Antonio della Scala ultimo degli Scaligeri, come si legge sopra una lapide posta sulla parete ovest della torre presunta romana, nel 1383. Questa fortificazione non fu però sufficiente a fermare l’ondata Viscontea che dopo sei giorni di assedio conquistarono anche Torri. Dal 1405 fu la Repubblica di Venezia a far da padrona. Da quel momento per il castello cominciò un periodo di stasi e di irrefrenabile rovina. Nel 1760 fu abbattuta la cinta muraria, per far posto ad una serra per agrumi, nuova attività a quel tempo ritenuta più vantaggiosa della guerra. Oggi questa limonaia ristrutturata (l’unica visitabile del lago) è la maggiore attrazione del Museo. Divenuto patrimonio comunale negli anni ’70, fu oggetto di alcuni appassionati che lo ripulirono per renderlo visitabile. L’Amministrazione Comunale del 1980, affidò all’architetto Arrigo Rudi, l’incarico di restaurare l’intero maniero e di trasformarlo in un museo. Dopo tre anni avvenne l’inaugurazione dell’odierno Museo del Castello Scaligero. Le sale interne sono dedicate prevalentemente all’espressione popolare attraverso attrezzi e oggetti da lavoro usati nella pesca e nella campagna. Un’ altra sala raccoglie dei calchi in gesso e disegni relativi alle incisioni rupestri del nostro territorio. Di notevole interesse pure il plastico, che riproduce in scala il centro storico all’inizio del 1900. In questo luogo la Corporazione degli Antichi Originari custodisce gelosamente in una bacheca i suoi preziosi verbali. Nel giardino si possono ammirare delle piccole opere d’arte scolpite dai nostri “spisochign”, quali piletti di varie dimensioni ritenuti a quel tempo indispensabili alla perfetta conservazione dell’olio e delle aole salè.

 

La Torre dell'Orologio

A nord del paese si erge la torre del comune nella quale venivano convocate al suono della campana, le adunanze della vicinia e si tenevano gli incanti. Nella sua sala si radunava il Consiglio dei 24 e quello più ristretto dei sei. Nel 1531 venne effettuato un primo restauro. Il locale a piano terra detto il rivolto, serviva da magazzino per conservare i prodotti provenienti dalla decima, mediante speciali recipienti. Fu rimasto tale, malgrado l’umidità e i topi fino al 1923.Il 24 febbraio 1544 fu convocato il consiglio per decidere di assumere un curato che aiutasse il parroco nel suo ministero e per l’educazione dei bambini.Il 9 aprile 1559, alla presenza del vicario Alisandro Teodosio si riunì il Consiglio dei 24 per denunciare la presenza di scritte offensive riguardanti alcuni membri del consiglio, con l’intento di prendere seri provvedimenti. Nell’aprile 1549 il notaio Bartolamio Rossetto membro della vicinia, davanti ad una pubblica adunanza ripropose con insistenza la fusione di una seconda campana da mettere sulla torre accano a quella gia esistente, offrendosi di pagare personalmente buona parte del metallo necessario. Malgrado la peste sempre in agguato, Torri diventò in breve tempo un enorme cantiere. Nel 1551/52 la torre venne completamente restaurata; fu rifatta la scala che portava al primo piano e in quell’occasione la nuova campana venne collocata nella sua celletta, dopo averla issata con corde e argani. Questo è l’elenco del materiale impiegato per i lavori del restauro; tre carri di calcina, trentaquattro carri di pietre, gran quantità di coppi e quadrelli, tre piane, quattro travetti di rovere e tre di olivo, un carico di assi e molta ferramenta che serviva per le chiavi di sostegno. Inoltre, gli scalini nuovi e le pietre da mettere alla balconata. Tre anni dopo si provvide anche a fare le panche impiegandovi 18 assi di piceo e due di larice. Completata l’opera di arredamento si diede incarico ad una persona, come risulta da un’adunanza della vicinia del 28 dicembre 1556, un certo m° Bartolomè Parolin di custodirle la torre, suonare la campana grossa alle processioni, alla sera e alla mattina e durante le adunanze e di tenerla pulita. Nel 1561 viene citato per la prima volta l’orologio. Il 28 settembre dello stesso anno si da incarico a Domenego Bisanel per quindici soldi al mese, di giustar le ore, a governar el reloio al meio che saprà diligentemente. Certamente l’orologio della torre fu uno dei primi della nostra regione. L’anno dopo il servizio venne assunto da Matè de Jorio per undici lire all’anno. L’anno successivo lo riprese El Bisanel per un compenso di lire dieci. Quando tutto sembrava sereno ecco che nel pieno inverno del 1585 un furioso incendio distrusse la torre con tutto quello che c’era dentro. Si decise di restaurala e si dette incarico a due consiglieri di vendere per conto del Comune, 6 brente di olio per procurare il denaro sufficiente per il restauro, con l’obbligo di rendere conto delle spese e li autorizzò di venderne dell’altro se fosse stato necessario. Vennero spesi 108 lire per la ferramenta, 27 per il legname; castagni presi a Pai e a San Zeno, e 25 lire per la calce. Un’altra brenta di olio andò al fabbro per il restauro dell’orologio. Il 22 giugno dell’anno dopo poté riunirsi nuovamente al suono della campana, la Vicinia. Passarono due secoli e vediamo che la torre ha nuovamente bisogno di essere restaurata. Questo avvenne come leggiamo da una pietra d’angolo posta sulla sinistra della facciata, nel 1751. In questa occasione fu rifatto il tetto, (l’eliminazione dei merli che ancora oggi si intravedono era gia avvenuta nell’ultimo restauro del 1553), come si può vedere dal disegno del 1630 che si trova in San Antonio. Altro lavoro importante di quell’epoca fu l’esecuzione di un altorilievo rappresentante l’annunciazione, che adornava la sala delle riunioni e che oggi risulta scomparso. Secondo un operaio che partecipò negli anni ‘60 all’ultima ristrutturazione, ridotto in pezzi è stato gettato via. Il primo luglio 1565 fu presa dalla vicinia un’altra importante decisione, quella di dare al Maestro Bartolomè Parolin (che già conosciamo) l’abitazione, all’ultimo piano della torre con l’obbligo di suonare l’allarme in caso di necessità, e naturalmente le vigilie e le feste come sopra citato. “Torri Garda e Gardesana dopo il mille” di Luigi Eccheli non riporta altro di particolarmente interessante dopo questa data riguardo la torre se non il trasferimento del Comune alla fine dell’800 in Piazza Umberto I°. L’orologio invece vi rimase fino alla seconda metà degli anni ’30 come ricorda Pippa Ginetto (l’Alpii), che andava spesso con suo padre a caricarlo, quando venne sostituito da quello della chiesa. In quegli anni racconta sempre Ginetto, fu abbattuta anche la statua del Redentore che si trovava sopra la guglia della chiesa, perché ritenuta pericolante, il parroco allora era Don Carlo Venturi. Qualche anno dopo, fu ridotta in pezzi anche la grande Croce di pietra rossa che faceva da perno sociale al Parco della Rimembranza. Tornando alla nostra torre, negli anni ’20 era sede della Banda Municipale col Maestro Brugnoli e serviva anche da scuola per le bambine in attesa delle nuove aule. Contemporaneamente era l’abitazione della Flobera fino alla sua morte. Negli anni ’50 fu acquistata per conto della parrocchia da Don Ignazio Orlandi nuovo parroco di Torri. Fu rivenduta dal parroco successivo Don Leone Roina a signori di Verona, che la tennero fino il 1996, anno in cui fu acquistata da un altro signore di Verona, che la rivendette definitivamente nel 2000 a una famiglia di Carpi.

 

La Chiesetta della SS. Trinità

L’oratorio della Santissima Trinità si allinea ad est con l’Hotel Gardesana, un tempo sede della Gardesana dall’Acqua, in piazza Calderini, prospiciente il porticciolo. Venne presumibilmente edificato dal nobile Giovanni Menaroli tra la fine del secolo XIV e l’inizio del XV; così si desume dal testamento dello stesso, redatto in Torri il 5 agosto 1401, in cui si prescrive di consacrare la chiesa, di dotarla di beni, di paramenti e sacre suppellettili, si tratta dunque di una chiesa gentilizia sulla quale la famiglia Menaroli manterrà il giuspatronato, ossia il diritto di nominare il cappellano con l’obbligo però di provvederne al mantenimento, fino alla sua estinzione sul finire del secolo XVII, nel 1697 quindi, con bolla di collazione vescovile del 14 novembre, la chiesa ed il beneficio ad essa legato venivano assegnati al sacerdote di Torri don Giuseppe Marai. In quegli anni la chiesa, da oratorio gentilizio e privato, si evolveva a luogo di culto pubblico, frequentato in particolare dai consiglieri della Gardesana dall’Acqua, che avevano preso l’abitudine di ritirarsi fra le sacre mura, quasi ad impetrare divina illuminazione,prima delle loro riunioni presso l’attiguo palazzo consiliare. Le successive visite pastorali indicheranno la Santissima Trinità come pubblico oratorio e tale rimarrà finche nel corso della I guerra mondiale, andato frattanto demaniato, verrà concesso in uso alle truppe francesi di stanza a Torri. Profanato ed in rovina, l’edificio verrà però restaurato intorno alla fine degli anni Venti, convertito in un tempio in onore dei Caduti e restituito al culto. Dopo i restauri e la ristrutturazione ricordati, l’aspetto della chiesa quattrocentesca andò irrimediabilmente perduto con la chiusura dell’ingresso sulla fronte originale ad ovest e, soprattutto, col totale rifacimento del lato meridionale, che venne a fungere da facciata. Questa si presenta in tre ampie arcate a tutto sesto, cieche, contenenti, ai lati, le finestre e, al centro, l’ingresso, sormontato da un frontone spezzato con nel mezzo il busto marmoreo di un fante. Sopra, fra i due pinnacoli, è stato collocato il vecchio campaniletto a vela, in passato presente sull’estremità settentrionale della stessa parete, sul lato nord s’addossa in parte un fabbricato posteriore ad uso civile, da non identificarsi però con la casa << murata, copata et somarata>>, in contrada <<Zironi>> ossia <<Portegaie>>, destinata nel già ricordato testamento di Giovanni Menaroli ad abitazione del cappellano pro tempore servente nella chiesa. Attraverso l’antico ingresso laterale, allargato però nel rifacimento della parete, si accede così all’interno del tempio che presenta una struttura assai semplice con un’unica navatella che conduce all’altare settecentesco, prelevato sempre nel corso della ristrutturazione sul finire degli anni venti,dalla chiesa di San Giovanni Battista e sistemato allora contro la parete ovest: in origine l’altare maggiore, intitolato alla Santissima Trinità, era collocato come di norma ad est; mentre un secondo, intitolato a San Giovanni Evangelista, stava sulla parete nord. L’altare contiene ora una scultura in bronzo, opera di Gino Rigetti, raffigurante La madonna che sorregge pietosa il corpo esanime di un soldato, mentre ai lati due lapidi ricordano i caduti Link utili. Sulle pareti interne della chiesa permangono, per fortuna, ampi brani di affreschi, databili proprio al finire del Trecento o al primissimo Quattrocento, ad un Quattrocento più maturo ed al primo Cinquecento. Sulla parete orientale domina, inserito nella caratteristica <<mandorla>>, un maestoso Cristo pantocratore fra i simboli degli evangelisti e i santi Caterina d’Alessandria e Bartolomeo (presumibilmente eseguito dopo il 1432 su disposizione testamentaria di Veronesio Menaroli); sottostante un riquadro anteriore con l’immagine di Cristo crocefisso fra santa Lucia, la Vergine, san Giovanni Evangelista e san Pietro (fine sec. XIV o primissimo sec. XV); di fianco la vergine che allatta il bambino (secondo sec. XV)e ancora l’immagine assai deteriorata di sant’Antonio da Padova ( secondo sec,XV). Sulla parete settentrionale, alla sinistra di chi guarda, il frammento di un’Ultima cena (fine sec. XIV o primissimo sec. XV); a destra e più in alto un riquadro in parte mutilo con le raffigurazioni di san Cristoforo e del Battesimo di Cristo (tardo sec. XV). Sulla parete meridionale, alla sinistra dell’ingresso, un ultimo riquadro con La Vergine con il Bambino e san Rocco (1517), la cui committenza spetta a Zuane Tura e i cui modi richiamano la pittura di Francesco Morone. Il soffitto, anch’esso rifatto sul finire degli anni Venti, venne all’epoca decorato dal pittore veronese Maioli, che nell’occasione provvide pure ad un primo restauro degli affreschi descritti; un secondo si verificò intorno agli anni sessanta; recentissimo, infine, l’intervento ad opera di Erminio Signorini, che non solo ha reso più leggibili i dipinti ma ha loro restituito i loro originali toni cromatici. Il restauro degli affreschi conclude tutta una serie d’interventi anche sull’edificio quali: un generale risanamento delle murature, la pulizia degli stipiti e dell’architrave dell’originale ingresso ad ovest, la tinteggiatura della facciata e la sistemazione del soffitto, a capriata scoperta, dopo la rimozione elle decorazioni del Maioli.
Testo di Giuliano Sala 

 

La Chiesa di Sant'Antonio

Sulla strada che porta a Coi troviamo la chiesetta di San Antonio. La sua costruzione risale al 1300. Da un antico registro dell’Archivio Parrocchiale sappiamo che qui vi alloggiava un eremita. La chiesa, in origine era dedicata a Santa Maria delle Tezze. Ampliata nel 1768, Sebastiano Marai ne restaurò le pitture. Nel secolo successivo, chiesetta ed edifici annessi era la sede del vescovo Marai. Sulla parete destra della cripta si può vedere un’interessante affresco che raffigura il paese di Torri nel 1660. Sulla parete opposta, un’eremita sulla sponda del lago e a nord  un bellissimo affresco, che raffigura la Vergine tra i SS. Rocco e Sebastiano, attribuita allo stesso artista che dipinse il capitello di Loncrino nel 1513. Qui sotto il disegno del paese ricalcato da Luigi Eccheli e pubblicato sul suo recente manoscritto.

 

La Chiesa di San Faustino

In un lontano passato, la zona dell’Alto Lago era posto ideale per gli eremiti: era infatti selvaggia e poco abitata. Tra gli ospiti più famosi delle nostre montagne sono da ricordare S. Ercolano a Campione e i S.S. Benigno e Caro a Malcesine. Talvolta alcuni eremiti si riunivano e formavano dei Romitori, con spesso annessa una chiesetta. Quella dei S.S. Faustino e Giovita, un chilometro fuori Torri, è appunto una di queste: la troviamo già sicuramente nel XV° sec. ma alcuni la fanno risalire al secolo precedente. Conserva nell’ interno la tomba dell’eremita Pietro Malerba, (vedi personaggi illustri) morto nel 1469. la chiesa ebbe diversi proprietari, tra cui il vescovo di Brescia e il Seminario di Padova; attualmente appartiene agli eredi di Giacometti Angelo e Francesco che nel 1888 la fecero restaurare. Nell’interno si possono ammirare pregevoli affreschi del XV° sec. raffiguranti tra gli altri S. rocco, S. Sebastiano e una madonna con Bambino. Conserva all’interno, la tomba dell’eremita Pietro Malerba morto nel 1469, con sopra incisa la frase: “ Voce Malerba fu it, sed re difundit odores, ut flos candidior, quem paradisius habet. MCCCCLXIIII, die tercio decembris”. Traduzione dal latino: Si chiamò Malerba, ma sparse attorno a se profumi, come il fiore più candido che il paradiso possa produrre. 3 dicembre 1969. 
Tratto da Torri del Benaco
di G. Vedovelli e M. Girardi 2° Ed. 1983 

 

La Chiesa di San Marco a Pai

Del nucleo più antico rimane la Chiesa Parrocchiale di San Marco Evangelista ottenuta ingrandendo la cappella del castello voluto da Berengario I per contrastare l’invasione degli Ungheri e demolito dopo due secoli dal Barbarossa. Dentro si può visitare l’antico battistero 1522 e, sull’altare’ una Madonna del Rosario del XV sec., la parte absidale risale al 1400 mentre il resto al 1703. Invece la chiesetta romanica di S. Gregorio Magno, che si trova all’interno del cimitero, era l’antica pieve di Pai fino al 1450.

 

La Chiesa di San Siro

In una splendida posizione, a picco sulla Valvasana, e dominante il lago, troviamo la chiesetta di San Siro. Fu costruita da Francesco Consolini nel 1713, come si legge in carte dell’epoca e sullo stipite della porta F. C. F. F. 1713 P. S. D. ma fu consacrata sei anni dopo dall’arciprete di Garda. Di quanto in quanto aveva un cappellano che curava gli abitanti della vicina contrada di Crer, la quale risulta essere popolata da moltissimo tempo per opera di gente di San Zeno di Montagna. Il campanile è stato eretto nel 1880 dalla contrada di Crer e da quelle vicine (Cavrie, La Pozza e S. Felice…). La chiesetta e la contrada si animano il 9 dicembre, festa appunto di san Siro. Si possono ammirare stupendi scorci molto caratteristici, con stradine e viottoli selciati, scale esterne, fienili e case costruite secondo i canoni dell’architettura rustica locale. Poco distante si trova la famosa Pietra Grande, la più grande roccia incisa del lago, con raffigurazioni di ogni epoca, dalla preistoria all’epoca moderna.

 

Le Incisioni rupestri

Le incisioni rupestri del Lago di Garda vennero segnalate per la prima volta nel 1964 dal prof. Mario Pasotti. Da allora ne furono scoperte un po’ dappertutto, da Garda a Malcesine, ma la zona finora con la più alta concentrazione è senz’altro quella di Torri. Fino ad ora sono state catalogate più di 250 rocce incise e almeno 3.000 raffigurazioni. Tale complesso di arte rupestre, reso possibile dalla presenza dei liscioni, le rocce modellate dai ghiacciai, per importanza è collocato subito dopo la Val Canonica e del Monte Bego. Le raffigurazioni sono in genere di grandi dimensioni ed eseguite quasi esclusivamente con la tecnica della martellinatura. Per quanto riguarda l’origine di tale arte, l’opinione più comune e che gli artefici siano stati cacciatori e pastori che transitavano in quelle zone, oltre che cercatori di metalli (limonite) e di selce. Chi desidera approfondire questo affascinante argomento, può consultare le tavole corredate da esaurienti spiegazioni che si trovano nella loro sala del Museo del Castello Scaligero.
Tratto dal “Il Museo del Castello Scaligero di Torri del Benaco” 
di Giorgio Vedovelli

 

Le Antiche Mura

Il borgo era cinto da mura che includevano le due torri romane e il castello medioevale. Le fortificazioni rinserravano il villaggio dai tre lati mentre il lago fungeva da quarto lato. Le mura, qualcuna preesistente al rifacimento del castello, risalgono al IX e X secolo, al tempo della calata degli Ungari dalla Pannonia. Fu in questa occasione che alcuni centri benacensi si fortificarono per la difesa, con il beneplacito di Berengario. Solo qualche spezzone di quei muraglioni è tuttora visibile, essendo state le "mura di terra" via via smantellate per far spazio alle esigenze edificatorie. La disposizione muraria e l'impianto urbano com'era sono ben riscontrabili in una mappa di Lodovico Perini (1727).
Da Garda Garda di C. G. Valli

 

Le Sorti e il Salto

Nel corso della dominazione di Roma i soldati che andavano in congedo venivano ricompensati con l'assegnazione di campi da coltivare. In tal modo li trasformavano in coloni, facendoli inserire stabilmente fra la locale popolazione. Le terre da assegnare ai reduci venivano ripartite in lotti e aggiudicate mediante sorteggio con le tavolette, chiamate "Sortes" (tirare a sorte). In Torri, sulle alture in frazione Albisano, esiste una località denominata Le Sorte, perché quelli erano i terreni dati ai legionari.I residenti avevano nella pastorizia una modesta fonte di sussistenza e fin dal tempo dei romani disponevano di terre comuni su cui poter pascolare il bestiame per evitare danni e ingorghi nel villaggio. Questa riserva di pascolo prendeva il nome latino di " Saltus" (letteralmente regione boscosa). E a Torri qualcuno ricorda che si chiama salto un'area che verosimilmente era quella destinata alla pastorizia comunitaria, che grossomodo andava dal confine del paese fino alla punta di San Vigilio. 
Carlo G. Valli

                                                                                                                                                                                                     

                                                                                                                                                                                                     

   La Chiesa di San Giovanni

Sono romaniche le primitive forme di questa chiesa (sec. XII) un tempo riccamente affrescata.
Gli affreschi rimasti sono datati dal XIII agli inizi del XVI secolo e fra i più significativi troviamo un Cristo Crocifisso, sopra la porta laterale, un Battesimo di Cristo e una Madonna in trono con Bambino e San Pietro del secolo XIV.
Ad ovest, vicino alla porta d'ingresso, vediamo quello che resta di un dipinto che raffigura Sant'Antonio da Padova, attribuito alla cerchia di Francesco Morone (sec. XVI), sono visibili anche i resti di un affresco con un'Ultima Cena, opera di Giovanni da Bardolino (1330).
La Chiesa venne chiusa al culto nel 1781 e nel 1806 venne demanializzata con Napoleone e la sua proprietà passò al Comune. Sono previsti interventi di restauro alla Chiesa e all'intera area circostante adibita a cimitero fino a pochi anni fa. Pertanto attualmente non è visitabile.



 

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