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RICORDI DI GUERRA a
PI
a cura di
William
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A Pi
di
William Baghini
Ricordo di un tempo lontano
di Emilio Giacometti
Come trovai un fratello
di Emilio Giacometti
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La scomparsa di Emilio
di William
baghini
Un episodio
ormai dimenticato
di William
baghini
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Un episodio ormai
dimenticato
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Durante uno degli ultimi soggiorni a Torri del Benaco, il professore
Emilio Giacometti mi raccontò un episodio risalente al periodo
bellico; un episodio del quale mi aveva già parlato mio suocero:
Aldo Bernardo, suo fratello. Dello stesso argomento ebbi conferma
anche da Erminio Zucchetti, grande amico di Emilio, ed a lui unito
nell’esperienza di partigiani e poi come compagni di prigionia, a
seguito del loro arresto a Verona da parte dei tedeschi. La Germania
doveva essere la loro destinazione ed il viaggio probabilmente
sarebbe stato senza ritorno, così come era accaduto a De Paoli. Ma
si interruppe nel campo di concentramento di Bolzano, dove operava
il famoso criminale Seifert. Fortunatamente nel frattempo la guerra
giungeva al termine ed essi poterono ritornare a casa.
L’episodio che segue è uno degli ultimi ricordi lasciatomi da
Emilio.
In quel tragico periodo dell’occupazione tedesca e della conseguente
guerra civile in atto in Italia, improvvisamente apparvero in zona
due partigiani, mandati dal Comitato di Resistenza emiliano con il
preciso compito di eliminare il Podestà.
Emilio ed i partigiani torresani non gradirono affatto quella
prospettiva. Fino ad allora la cittadina lacustre era rimasta
estranea a sussulti di insofferenza e di palese ostilità.
Da questo e da altri episodi, di cui sono venuto a conoscenza, mi
sono formato l’idea che in quel periodo si fosse stabilita, fra il
Comandante tedesco di Torri del Benaco, il Podestà ed i partigiani
una tacita intesa di non belligeranza. Infatti ognuno, nella
rispettiva posizione di responsabilità ed ambito di competenza, si
era trovato a gestire una situazione che non aveva previsto né
voluto.
Perciò lo spietato proposito dei nuovi arrivati avrebbe sconvolto la
tranquillità del paese e sarebbe stato l’inizio di devastanti
rappresaglie.
I partigiani locali manifestarono subito la loro contrarietà, ma gli
ordini superiori andavano rispettati ed eseguiti. La discussione fu
naturalmente animata ed accesa, persino feroce e pericolosa per chi
si voleva opporre. E il tutto durò per alcuni giorni.
Alla fine Emilio avanzò una sua proposta: avrebbe accompagnato lui
stesso i due emissari alla casa del Podestà. Che eseguissero pure
l’ordine funesto, ma ad una condizione: il giorno successivo, si
sarebbero presentati tutti al Comando tedesco, perché la popolazione
non doveva rimanere vittima dell’inevitabile reazione.
La forte determinazione del professore convinse i due partigiani
emiliani a desistere dal loro progetto ed a ritornare alla loro
terra in gran segreto, come in gran segreto erano arrivati.
Il Podestà ebbe così salva la vita.
Anche in una cittadina abbastanza tranquilla come Torri del Benaco,
la gente non si sentiva esente da preoccupazioni ed ansie, ma pochi,
quella volta, si resero conto del grave pericolo scampato.
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A PI
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Il Torrente dovrebbe iniziare il suo
percorso più o meno nei pressi del Monte Toél poi, scendendo verso
il lago, si divide in due rami. Tutte e due le diramazioni sono
indicate in una vecchia mappa come: Valle di Pi.
Il territorio, sito fra le due valli, si chiama appunto: Località
Pi.
Nel periodo del racconto, l’unica casa di Pî era abitata
dall’anziano Pietro Giacometti e dalla seconda moglie Marianna.
Degli undici figli era rimasto a far compagnia ai vecchi genitori il
figlio Bernardo, conosciuto in paese come Aldo. Egli era rimasto
vedovo dopo un solo anno di matrimonio ed aveva con sé una bambina,
unica testimonianza di quella sfortunata unione.
Andrea, uno dei figli di Pietro, avuti dalla prima moglie, era morto
combattendo al fronte già nella guerra del 1915/18; gli altri,
maschi e femmine, si erano tutti accasati. Restavano ancora i due
figli minori. Mario, impegnato come militare in varie zone d’Italia,
mancava da casa da diversi anni e dopo l’8 settembre del 1943
risultava deportato in Germania. Il più giovane, il professore
Emilio, che come ufficiale dell’Esercito era stato in Albania e
Grecia, ora si era unito ai partigiani del Monte Baldo. Emilio molto
spesso tornava a dormire a casa dai genitori.
E proprio la caccia al figlio partigiano fu la causa di ripetute e
pesanti incursioni a Pì delle brigate nere e dei tedeschi.
Il racconto che segue è ricavato dal Diario di Aldo, scritto dopo la
fine della guerra con l’aiuto della figlia Pia e anche da quanto
egli amava raccontare a viva voce.
Nel pomeriggio del 17 luglio 1944 a Verona era avvenuto il famoso
assalto alle carceri agli Scalzi. Proprio in quella notte bussarono
improvvisamente con violenza alla porta della casa di Pi.
Era una squadra fascista venuta per arrestare Emilio, che però,
avvertito subito il pericolo, era riuscito a scappare.
Le camicie nere puntarono allora la loro attenzione su Aldo, che si
trovava in quel momento nella camera da letto con la figlioletta.
Sotto la minaccia che gli avrebbero portato via la bambina, Aldo si
rassegnò a seguirli.
Ad attenderli sulla strada provinciale c’erano una vettura ed una
moto. Lo fecero sedere nella vettura accanto a Ferruccio De Paoli,
importante membro della Resistenza, che era ammanettato.
Furono portati alle “casermette”: così veniva chiamato il complesso
militare di Montorio, frazione di Verona.
De Paoli fu messo in isolamento, Aldo in uno stanzone con altri
ostaggi. De Paoli fu subito sottoposto ad interrogatorio e dopo
alcune ore ritornò in cella irriconoscibile. Sapeva che la sua fine
era segnata e raccomandò così ad Aldo la propria famiglia. Poi non
lo si vide più, né in quella prigione si ebbero più sue notizie.
In realtà, come risulta dalle lettere inviate alla famiglia, De
Paoli fu trasferito quasi subito alle prigioni agli Scalzi. In
settembre inviò altre lettere dal campo di concentramento di
Bolzano. Infine anche questo contatto, già precario, cessò e di lui
si perse ogni traccia. Intanto Aldo ebbe occasione di conoscere in
prigionia diverse persone perseguitate a causa di qualche familiare,
che si era unito alla Resistenza.
Conobbe anche il padre di Lorenzo Fava, uno dei partigiani, che
parteciparono alla rocambolesca liberazione di un noto sindacalista
torinese dalle carceri agli Scalzi. Il giovane, proprio in quei
giorni fu portato alle casermette a dare l’ultimo saluto al genitore
e, poi, fu fucilato.
Nel frattempo a Pì ci fu una seconda irruzione. Questa volta,
secondo la testimonianza delle uniche persone presenti al fatto,
furono i tedeschi a tentare di sorprendere Emilio. Ma ancora una
volta senza esito. In questa occasione si accanirono contro il
vecchio padre ottantenne. Questi recalcitrava, non voleva seguirli
ed allora lo presero per i piedi e lo trascinarono per i 200 metri
di discesa fino alla strada Gardesana, dove attendeva un’automobile.
La moglie Marianna, frastornata e sconvolta, lo seguì in quei
interminabili metri per porgergli l’uovo della colazione. Ma un
milite glielo tolse di mano e lo gettò nel lago. La piccola Pia,
rimasta sola in casa, usci e corse sul poggio che domina parte della
strada Gardesana, da dove poté seguire quella scena brutale e
grottesca.
Naturalmente tutti i familiari si diedero da fare in questa ed altre
occasioni: Alessandro fece compagnia alla matrigna per tutto il
tempo che rimase sola in casa; a Santa Croce ed a Costermano gli
altri figli ospitarono la bambina, per sottrarla ad altre esperienze
traumatizzanti.
Nei giorni seguenti il comandante del reparto tedesco di Torri del
Benaco (Otto Reiss?) si interessò del caso e fece liberare Aldo,
ormai assente da casa da 40 giorni, e anche il vecchio padre Pietro.
Ma il 20 novembre intervennero nuovamente le brigate nere. Emilio
riuscì in un primo momento a nascondersi dentro il camino di uno
stanzone senza luce. I militi però avevano trovato il letto ancora
caldo e cominciarono a picchiare di santa ragione Aldo perché
rivelasse il nascondiglio del fratello. Poi, malgrado la casa fosse
circondata, il ricercato, con un balzo sul terrapieno retrostante al
fabbricato, riuscì a sorprendere le guardie ed a fuggire.
Le brigate nere portarono, allora, la madre Marianna a vagare per le
balze dell’oliveto e, picchiandola sul capo, la costringevano a
chiamare il figlio ad alta voce.
Poi minacciarono di bruciare la casa e di passare tutti per le armi
se il professore non si fosse consegnato entro un’ora.
Aldo riuscì nel trambusto a raggiungere il cognato Rambaldi. I
militi infatti erano impegnati ad arraffare generi alimentari e
oggetti di casa. Ma dal cognato era già passato Emilio in fuga, che
lo aveva sollecitato ad avvertire il comandante tedesco. Otto Reiss
intervenne immediatamente e fece interrompere l’incursione, che
poteva avere un epilogo tragico.
Così anche quella volta l’incubo era finito. Aldo e la madre, a dire
il vero, ne uscivano malconci e porteranno i segni delle rabbiose
percosse per parecchio tempo. Racconterà in seguito Marianna come
cercasse di controllare la voce, mentre la picchiavano, perché
temeva che il figlio rispondesse ai suoi richiami.
Passarono alcuni mesi relativamente tranquilli, ma alla fine il
professor Giacometti cadde nelle mani dei tedeschi, che gli avevano
teso un tranello. Lo inviarono subito verso la deportazione. Fece
sosta nel campo di concentramento di Bolzano per un breve periodo.
Per fortuna proprio in quei giorni avveniva la resa della Germania.
Sulla strada del ritorno incontrò il fratello Mario, che rientrava
dalla prigionia. In un primo momento Emilio non lo riconobbe, il
fratello, come ho già detto, era assente da casa da molto tempo.
A poco più di un anno dall’ultima incursione delle brigate nere a
Pì, Marianna, che probabilmente non si era più ripresa dalla
violenza subita, morirà per emorragia cerebrale.
Come i più anziani ricordano, il professore Emilio Giacometti fu il
primo Sindaco di Torri del Benaco del dopoguerra.
Anche Aldo fece parte del Consiglio Comunale per parecchi anni. Nel
periodo della gestione dell’avv. Igino Bonetti fu vice-sindaco per
tre legislature. In quegli anni decisero tra l’altro di ricordare
Ferruccio De Paoli dedicandogli il Molo di Torri del Benaco. Come
risulterà dalle indagini, fatte attraverso la Croce Rossa
Internazionale, egli era deceduto a Mathausen nell’aprile del 1945.
Aldo però non riusciva a dimenticare la sua dura esperienza di
ostaggio alle carceri di Montorio. Per questo motivo partecipava
tutti gli anni, il 17 luglio, alla commemorazione dell’assalto alle
carceri agli Scalzi di Verona. Era l’occasione per ritrovare gli
amici della prigionia o i loro familiari. Rimase però molto legato
in particolare ad un compagno di prigionia, allora molto giovane ma
che era poi diventato un valente medico e quindi Primario presso
l’Ospedale di Borgo Trento.
Quando Aldo morì in conseguenza della caduta da un olivo (novembre
2001), l’emerito Professore inviò ai familiari una lettera,
idealmente indirizzata all’amico.
Ne cito alcune righe:
“Ogni volta, sfibrato da ore e ore di staffilate, quando, al
rientro, mi abbandonavo sul pagliericcio, tu mi venivi vicino e il
tuo sguardo mi dava forza e stimolo a resistere... poi mi porgevi
un bel pezzo della tua focaccia. Perché, dicevi: non avevi fame. E
invece mentivi, perché quella era l’unica razione di cibo del
giorno.” |
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William |
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Nella foto:
LA FAMIGLIA
GIACOMETTI NEGLI ANNI '20
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RICORDI DI UN
TEMPO LONTANO
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Il 10 settembre 1932 è una data fissa nella mia mente. Erano
esattamente le 15 del pomeriggio: una giornata bellissima, come è
solito essere sul lago di Garda, specialmente nel settore nord.
Tirava dal sud una brezza leggera, che riusciva appena a smuovere le
acque. Il sole splendeva calmo e sereno. C’era ancora nell’ambiente
la dolce atmosfera della festa di Cisano, la modesta (allora)
frazione di Bardolino, dove noi tutti qualche giorno prima eravamo
andati per “la fiera dei osei”. Ma proprio il giorno 10 gli abitanti
di Torri dovevano essere testimoni di un grave fatto.
Alle ore 15, appunto, la calma e serena atmosfera veniva turbata dal
forte ronzio proveniente dal sud del lago, esattamente da Desenzano,
cittadina distante da Torri in linea aerea circa 25 km.
A dire il vero, eravamo già abituati a questo rumore, che ci
obbligava spesso a sospendere ogni attività e correre all’aperto per
osservare il volo di un aereo rosso, il
“bolide” come noi lo
chiamavamo, ma di straordinaria velocità per quei tempi. Sapevamo
che l’aereo compiva voli di collaudo e sarebbe stato pronto fra
qualche giorno per partecipare ad una gara internazionale, chiamata
“Coppa Schneider”, organizzata dall’Inghilterra. A quel segnale
tutti stavamo con lo sguar do all’insù, per vedere spuntare l’aereo
sopra le colline alle nostre spalle e a poche centinaia di metri di
altezza, girare su Torri e puntare poi verso il sud fino a
Desenzano. Ma questa volta l’aereo è apparso velocissimo, basso,
quasi sfiorando le colline e puntando direttamente su Torri: era
fuori controllo. Il pilota deve aver cercato di evitare il paese,
che sarebbe stato colpito in modo disastroso e, con una manovra
disperata, ha virato a sinistra, sfiorando le cime degli alberi e
andando a sfracellarsi a pochi metri dalla Gardesana, a 200 metri
dal paese stesso. Un’esplosione tremenda ha scosso tutta la zona.
Subito accorsero le prime persone sul luogo dell’incidente. Anch’io,
con la bicicletta di mio fratello Aldo, arrivai ansante sul posto.
Alcuni ulivi erano in fiamme; rottami dell’aereo ancora fumanti
erano sparsi nel prato e nella vicina strada Gardesana; a 10 metri
dalla riva, a due metri di profondità, nelle acque del lago si
vedevano i motori. Una donna che era intenta a lavare la biancheria
sulla riva a pochi metri dallo scoppio, scappò per rifugiarsi nella
villa della contessa di Saldam, dove era in servizio. Si chiamava
Giuditta ed era sorella di Bepi Lavanda da Bré.
Dopo pochi minuti dall’incidente, quasi tutta la popolazione di
Torri si era riversata sul luogo dell’accaduto. Tutti ci buttammo
alla ricerca del pilota dell’aereo, ma trovammo solo una gamba
appesa ad un ramo di un olivo; resti minuti del corpo venivano
reperiti un po’ ovunque…Ricordo Ruggero, sarto-barbiere, con un
piccolo negozio a metà paese che teneva in mano, tremando
dall’emozione e dal raccapriccio, un recipiente, dove noi mettevamo
i poveri resti umani. Dalla villa di Saldam uscì una monaca con un
lenzuolo bianco, che stese sulla riva del lago…Lì depositammo con
sommo rispetto tutto quello che avevamo potuto trovare del povero
pilota e lo coprimmo con un angolo del lenzuolo stesso. Dopo pochi
minuti arrivò da Desenzano un idrovolante grigio, ammarò nelle
vicine acque del lago e, con i motori accesi, si avvicinò lentamente
alla riva. Scese un alto ufficiale dell’Aeronautica che venne
condotto rapidamente presso il lenzuolo, che copriva i resti del
pilota. Si avvicinò con evidente rispetto, scoprì il lenzuolo, si
tolse il berretto e si mise sull’attenti e con voce grave e profonda
disse ad alta voce: “Tenente Stanislao Bellini” e noi tutti attorno
a lui gridammo: “Presente!”. Egli poi, evidentemente commosso,
indossò il berretto e strinse la mano a molti di noi, pronunciando
sottovoce due sole parole: “Generale Bernasconi”.
Per anni, il Gen. Bernasconi arrivava a Torri in idrovolante per
assistere alla messa in ricordo del Ten. Stanislao Bellini.
Emilio Giacometti
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Le "Ferrari" del Cielo e degli Assi
Breve storia della Coppa Schnaider
di Rao Alessandro
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COME TROVAI UN FRATELLO
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Maggio 1945
Un sole primaverile riscaldava l’atmosfera. Era bello camminare sulla
strada che da Bolzano portava verso le colline veronesi. Ma in senso
contrario marciavano verso il nord numerosi reparti tedeschi. Spesso
per marciare più speditamente e sicuri, abbandonavamo la strada
principale e ci buttavamo nei campi appena arati, i cui alberi ci
coprivano e ci proteggevano. Il mio gruppo era composto da 5
persone, fra cui l’amico inseparabile, Erminio Zucchetti. Venivamo
tutti dal campo di concentramento di Bolzano, che aveva aperto le
sue porte pochi giorni prima. Ma sulla carrozzabile Bolzano - Verona
era in marcia verso il sud una massa enorme di uomini, donne,
vecchi, qualche bambino: era una moltitudine disordinata, ognuno con
un pacchetto o una sporta, andava avanti in forma rapida, per
arrivare quanto prima alla propria casa. Nei pressi di Rovereto,
Erminio ed i 4 del basso veronese, riuscirono a salire su un camion
che avanzava quasi a passo d’uomo in direzione di Verona. Io
preferii camminare, mi sentivo più sicuro con il mio bagaglio,
costituito da una coperta militare arrotolata, messa a tracolla.
Presi una scorciatoia, costituita da una stradina di terra e sassi,
protetta sempre da alberi, quando improvvisamente, si blocca davanti
a me una jeep. Sono spaventato, ma i due soldati alzano le mani in
forma di saluto e mi allungano, sorridenti, due tavolette di
cioccolato. Compresi quindi che la guerra era veramente finita.
Raggiunsi speditamente la strada principale, dove continuava la
marcia verso sud.
Accanto a me, per puro caso, un soldato italiano, con l’uniforme
alquanto sgualcita, con un voluminoso zaino sulle spalle, camminava
con passo lungo e lento, come erano soliti fare allora i soldati.
Dopo qualche minuto disse: “Dove porta questa strada?”. Rispondo:
“Camminando per questa strada, si arriva a Verona e al lago di
Garda”. Breve pausa, viene un’altra domanda: “MA io per andare sul
lago di Garda, devo prima passare per Verona?”, “No, rispondo io,
più avanti fra qualche chilometro, troverai un bivio: una strada ti
porta a Verona, prendi l’altra, quella a destra, che ti porterà sul
lago di Garda. Ma tu mi puoi dire cosa porti in questo grosso
zaino?”. Risposta concisa: “qui ci sono 7 anni della mia vita”, e mi
indicava lo zaino, “sono 7 anni vissuti sotto le armi…la guerra è
finita e finalmente posso tornare a casa mia…”, riprende fiato e
aggiunge: “E tu da dove vieni?”. Io rispondo: “Vengo dal campo di
concentramento di Bolzano e anch’io vado verso casa”. Lungo
l’estenuante tragitto siamo in molti diretti verso il sud, ma quando
finalmente si arriva al bivio siamo in pochi. “Ehi – dico al solito
soldato dal pesante zaino – questo è il bivio”, e con la mano indico
la deviazione verso destra, “la oltre, si raggiunge il lago di
Garda, ma poi giunti sul lago, attenzione…ci sarà ancora un bivio:
la strada a destra porta a Riva di Trento, quella a sinistra,
invece, porta alla sponda veronese. Ma tu quale devi prendere?”.
“Quella di sinistra”. “Ma insomma, dove vai? Forse tu vai a
Malcesine?”. “Eh no, vado più avanti!”. “Vai a Cassone?”. “Non lo
conosco”, mi risponde subito. “Ma tu vai a Brenzone?”. “No, più
avanti ancora”. “A Castelletto?”. Mi fa cenno di no con la mano. “Ma
dopo Castelletto viene Torri – e continuo – ma, ma forse tu sei di
Torri?”. “Si, sono di Torri”. “Ma allora, sei tu forse Mario?”. “E
si, sono Mario”. “E allora tu sei mio fratello! Io sono Emilio”.
Subito depone lo zaino e ci abbracciamo…
Erano trascorsi sette anni nella “naia”, come allora si diceva; la
nostra fisionomia era cambiata e di mezzo c’era il periodo della
guerra, della mobilitazione, della prigionia e il disastro dell’8
settembre 1943. piano, piano arriviamo nei dintorni di Torbole:
proprio lì a fianco della strada vediamo una bancarella con sopra,
in mostra, panini con prosciutto e formaggio. Due persone erano
preposte alla vendita, almeno così ci sembrava. Noi due ci
avviciniamo, togliamo dalle tasche quei pochi soldi che ci
rimanevano e facciamo il gesto di acquistare due panini. Senza dire
una parola, mostriamo i nostri documenti d’identità. A me vengono
regalati alcuni panini, a mio fratello niente. Ci spiegheranno: io
ero prigioniero politico, mio fratello, invece era solo un militare.
Finalmente un po’ di strada più avanti ci sedemmo su un muretto e
condividemmo i panini ricevuti.
Percorremmo il tratto del cammino da Torbole a Navene in modo
rapido, perché gli alleati misero a disposizione per tutti, alcuni
mezzi di trasporto per superare i tratti di strada fatti saltare dai
tedeschi. A Navene, una famiglia amica ci prestò una bicicletta. Io
pedalando e mio fratello seduto sulla canna (lo zaino rimase
provvisoriamente a Navene), potemmo giungere alla nostra casa di
Torri.
Emilio Giacometti |
LA SCOMPARSA DI EMILIO GIACOMETTI
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Il 16 ottobre scorso è deceduto a Buenos Aires, dove risiedeva ormai
da quasi cinquant’anni, il professore Emilio Giacometti.
Egli era stato un protagonista nella vita della nostra cittadina nel
periodo 1943-1947. Già operativo come ufficiale dell’esercito in
Albania e Grecia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si era
unito ai partigiani del Monte Baldo. Alla fine della guerra diverrà
il primo Sindaco di Torri del Benaco.
Ma fu protagonista anche nell’ambito culturale veronese, fondando
con il professore Gino Beltramini e il prof. L. Vecchiato la rivista
“Vita veronese”.
Poi si trasferì in Argentina a Buenos Aires e qui mise a profitto la
sua esperienza e la sua preparazione culturale, fondando, assieme ad
altri, l’Istituto di Cultura Italo-Argentino “Cristoforo Colombo”
con annessa una scuola della quale fu insegnate
e direttore per molti anni.
Ritornava di tanto in tanto qui a Torri del Benaco, il suo paese
d’origine, cercando e incontrando gli amici e le persone che ancora
lo ricordavano. In una delle ultime vacanze, accettò di scrivere un
paio di articoli per il nostro Giornalino Parrocchiale, nei quali
rammentava alcune sue esperienze significative.
Viveva con nostalgia questi ritorni in Patria ed era sempre
innamorato della sua Torri del Benaco.
Aveva in progetto di ritornarvi fra breve se non fosse stato per la
malattia e per l’improvvisa fine che ha colto anche me di sorpresa.
C’è un periodo della storia di Torri del Benaco, che va appunto
dalla II Guerra Mondiale ai primi anni della nostra Repubblica, che
meriterebbe di essere riscoperto e raccontato. Io penso che
l’iniziativa dovrebbe partire soprattutto da qualche giovane
torresano. Le notizie e i documenti non dovrebbero mancare, anche se
i testimoni di quel periodo, che potrebbero rendere più vivo il
racconto, sono ormai pochissimi. Ed uno di questi testimoni era
proprio Emilio Giacometti.
Io lo ricorderò per la sua cordialità, per la sua prontezza e la
lucidità nel rievocare con dovizia di particolari gli avvenimenti
vissuti. Mi dispiacerà non poterlo rivedere, perché avevo ancora
molte cose da chiedergli ed era piacevole stare in sua compagnia.
William
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Da sinistra:
Gino Calcinardi, Pellegrini papà della Anna all'ora segretario
comunale, Figaro da Garda,
Emilio Giacometti Dario Giacometti (bambino) e Carlino Zivelonghi
(Carnera) |

cLa foto è
stata scattata in occasione di un ritorno a Torri di Emilio
Giacometti.
Si vedono i 10 fratelli
figli di Giacometti Pietro, avuti da due mogli,
e il figlio Savino che la seconda moglie Marianna aveva avuto dal
primo marito. |
c

La casa di Pi |
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