RICORDI DI GUERRA a PI
a cura di William

A Pi
di William Baghini
Ricordo di un tempo lontano
di Emilio Giacometti

Come trovai un fratello
di Emilio Giacometti
 


La scomparsa di Emilio
di William baghini

Un episodio ormai dimenticato
di William baghini



 


Un episodio ormai dimenticato
 

 
Durante uno degli ultimi soggiorni a Torri del Benaco, il professore Emilio Giacometti mi raccontò un episodio risalente al periodo bellico; un episodio del quale mi aveva già parlato mio suocero: Aldo Bernardo, suo fratello. Dello stesso argomento ebbi conferma anche da Erminio Zucchetti, grande amico di Emilio, ed a lui unito nell’esperienza di partigiani e poi come compagni di prigionia, a seguito del loro arresto a Verona da parte dei tedeschi. La Germania doveva essere la loro destinazione ed il viaggio probabilmente sarebbe stato senza ritorno, così come era accaduto a De Paoli. Ma si interruppe nel campo di concentramento di Bolzano, dove operava il famoso criminale Seifert. Fortunatamente nel frattempo la guerra giungeva al termine ed essi poterono ritornare a casa.
L’episodio che segue è uno degli ultimi ricordi lasciatomi da Emilio.
In quel tragico periodo dell’occupazione tedesca e della conseguente guerra civile in atto in Italia, improvvisamente apparvero in zona due partigiani, mandati dal Comitato di Resistenza emiliano con il preciso compito di eliminare il Podestà.
Emilio ed i partigiani torresani non gradirono affatto quella prospettiva. Fino ad allora la cittadina lacustre era rimasta estranea a sussulti di insofferenza e di palese ostilità.
Da questo e da altri episodi, di cui sono venuto a conoscenza, mi sono formato l’idea che in quel periodo si fosse stabilita, fra il Comandante tedesco di Torri del Benaco, il Podestà ed i partigiani una tacita intesa di non belligeranza. Infatti ognuno, nella rispettiva posizione di responsabilità ed ambito di competenza, si era trovato a gestire una situazione che non aveva previsto né voluto.
Perciò lo spietato proposito dei nuovi arrivati avrebbe sconvolto la tranquillità del paese e sarebbe stato l’inizio di devastanti rappresaglie.
I partigiani locali manifestarono subito la loro contrarietà, ma gli ordini superiori andavano rispettati ed eseguiti. La discussione fu naturalmente animata ed accesa, persino feroce e pericolosa per chi si voleva opporre. E il tutto durò per alcuni giorni.
Alla fine Emilio avanzò una sua proposta: avrebbe accompagnato lui stesso i due emissari alla casa del Podestà. Che eseguissero pure l’ordine funesto, ma ad una condizione: il giorno successivo, si sarebbero presentati tutti al Comando tedesco, perché la popolazione non doveva rimanere vittima dell’inevitabile reazione.
La forte determinazione del professore convinse i due partigiani emiliani a desistere dal loro progetto ed a ritornare alla loro terra in gran segreto, come in gran segreto erano arrivati.
Il Podestà ebbe così salva la vita.
Anche in una cittadina abbastanza tranquilla come Torri del Benaco, la gente non si sentiva esente da preoccupazioni ed ansie, ma pochi, quella volta, si resero conto del grave pericolo scampato.


 A PI
 

Il Torrente dovrebbe iniziare il suo percorso più o meno nei pressi del Monte Toél  poi, scendendo verso il lago, si divide in due rami. Tutte e due le diramazioni sono indicate in una vecchia mappa come: Valle di Pi.
Il territorio, sito fra le due valli, si chiama appunto: Località Pi.
Nel periodo del racconto, l’unica casa di Pî era abitata dall’anziano Pietro Giacometti e dalla seconda moglie Marianna. Degli undici figli era rimasto a far compagnia ai vecchi genitori il figlio Bernardo, conosciuto in paese come Aldo. Egli era rimasto vedovo dopo un solo anno di matrimonio ed aveva con sé una bambina, unica testimonianza di quella sfortunata unione.
Andrea, uno dei figli di Pietro, avuti dalla prima moglie, era morto combattendo al fronte già nella guerra del 1915/18; gli altri, maschi e femmine, si erano tutti accasati. Restavano ancora i due figli minori. Mario, impegnato come militare in varie zone d’Italia, mancava da casa da diversi anni e dopo l’8 settembre del 1943 risultava deportato in Germania. Il più giovane, il professore Emilio, che come ufficiale dell’Esercito era stato in Albania e Grecia, ora si era unito ai partigiani del Monte Baldo. Emilio molto spesso tornava a dormire a casa dai genitori.
E proprio la caccia al figlio partigiano fu la causa di ripetute e pesanti incursioni a Pì delle brigate nere e dei tedeschi.
Il racconto che segue è ricavato dal Diario di Aldo, scritto dopo la fine della guerra con l’aiuto della figlia Pia e anche da quanto egli amava raccontare a viva voce.
Nel pomeriggio del 17 luglio 1944 a Verona era avvenuto il famoso assalto alle carceri agli Scalzi. Proprio in quella notte bussarono improvvisamente con violenza alla porta della casa di Pi.
Era una squadra fascista venuta per arrestare Emilio, che però, avvertito subito il pericolo, era riuscito a scappare.
Le camicie nere puntarono allora la loro attenzione su Aldo, che si trovava in quel momento nella camera da letto con la figlioletta. Sotto la minaccia che gli avrebbero portato via la bambina, Aldo si rassegnò a seguirli.
Ad attenderli sulla strada provinciale c’erano una vettura ed una moto. Lo fecero sedere nella vettura accanto a Ferruccio De Paoli, importante membro della Resistenza, che era ammanettato.
Furono portati alle “casermette”: così veniva chiamato il complesso militare di Montorio, frazione di Verona.
De Paoli fu messo in isolamento, Aldo in uno stanzone con altri ostaggi. De Paoli fu subito sottoposto ad interrogatorio e dopo alcune ore ritornò in cella irriconoscibile. Sapeva che la sua fine era segnata e raccomandò così ad Aldo la propria famiglia. Poi non lo si vide più, né in quella prigione si ebbero più sue notizie.
In realtà, come risulta dalle lettere inviate alla famiglia, De Paoli fu trasferito quasi subito alle prigioni agli Scalzi. In settembre inviò altre lettere dal campo di concentramento di Bolzano. Infine anche questo contatto, già precario, cessò e di lui si perse ogni traccia. Intanto Aldo ebbe occasione di conoscere in prigionia diverse persone perseguitate a causa di qualche familiare, che si era unito alla Resistenza.
Conobbe anche il padre di Lorenzo Fava, uno dei partigiani, che parteciparono alla rocambolesca liberazione di un noto sindacalista torinese dalle carceri agli Scalzi. Il giovane, proprio in quei giorni fu portato alle casermette a dare l’ultimo saluto al genitore e, poi, fu fucilato.
Nel frattempo a Pì ci fu una seconda irruzione. Questa volta, secondo la testimonianza delle uniche persone presenti al fatto, furono i tedeschi a tentare di sorprendere Emilio. Ma ancora una volta senza esito. In questa occasione si accanirono contro il vecchio padre ottantenne. Questi recalcitrava, non voleva seguirli ed allora lo presero per i piedi e lo trascinarono per i 200 metri di discesa fino alla strada Gardesana, dove attendeva un’automobile. La moglie Marianna, frastornata e sconvolta, lo seguì in quei interminabili metri per porgergli l’uovo della colazione. Ma un milite glielo tolse di mano e lo gettò nel lago. La piccola Pia, rimasta sola in casa, usci e corse sul poggio che domina parte della strada Gardesana, da dove poté seguire quella scena brutale e grottesca.
Naturalmente tutti i familiari si diedero da fare in questa ed altre occasioni: Alessandro fece compagnia alla matrigna per tutto il tempo che rimase sola in casa; a Santa Croce ed a Costermano gli altri figli ospitarono la bambina, per sottrarla ad altre esperienze traumatizzanti.
Nei giorni seguenti il comandante del reparto tedesco di Torri del Benaco (Otto Reiss?) si interessò del caso e fece liberare Aldo, ormai assente da casa da 40 giorni, e anche il vecchio padre Pietro.
Ma il 20 novembre intervennero nuovamente le brigate nere. Emilio riuscì in un primo momento a nascondersi dentro il camino di uno stanzone senza luce. I militi però avevano trovato il letto ancora caldo e cominciarono a picchiare di santa ragione Aldo perché rivelasse il nascondiglio del fratello. Poi, malgrado la casa fosse circondata, il ricercato, con un balzo sul terrapieno retrostante al fabbricato, riuscì a sorprendere le guardie ed a fuggire.
Le brigate nere portarono, allora, la madre Marianna a vagare per le balze dell’oliveto e, picchiandola  sul capo, la costringevano a chiamare il figlio ad alta voce.
Poi minacciarono di bruciare la casa e di passare tutti per le armi se il professore non si fosse consegnato entro un’ora.
Aldo riuscì nel trambusto a raggiungere il cognato Rambaldi. I militi infatti erano impegnati ad arraffare generi alimentari e oggetti di casa. Ma dal cognato era già passato Emilio in fuga,  che lo aveva sollecitato ad avvertire il comandante tedesco. Otto Reiss intervenne immediatamente e fece interrompere l’incursione, che poteva avere un epilogo tragico.
Così anche quella volta l’incubo era finito. Aldo e la madre, a dire il vero, ne uscivano malconci e porteranno i segni delle rabbiose percosse per parecchio tempo. Racconterà in seguito Marianna come cercasse di controllare la voce, mentre la picchiavano, perché temeva che il figlio rispondesse ai suoi richiami.
Passarono alcuni mesi relativamente tranquilli, ma alla fine il professor Giacometti cadde nelle mani dei tedeschi, che gli avevano teso un tranello. Lo inviarono subito verso la deportazione. Fece sosta nel campo di concentramento di Bolzano per un breve periodo. Per fortuna proprio in quei giorni avveniva la resa della Germania.
Sulla strada del ritorno incontrò il fratello Mario, che rientrava dalla prigionia. In un primo momento Emilio non lo riconobbe, il fratello, come ho già detto, era assente da casa da molto tempo.
A poco più di un anno dall’ultima incursione delle brigate nere a Pì, Marianna, che probabilmente non si era più ripresa dalla violenza subita, morirà per emorragia cerebrale.
Come i più anziani ricordano, il professore Emilio Giacometti fu il primo Sindaco di Torri del Benaco del dopoguerra.
Anche Aldo fece parte del Consiglio Comunale per parecchi anni. Nel periodo della gestione dell’avv. Igino Bonetti fu vice-sindaco per tre legislature. In quegli anni decisero tra l’altro di ricordare Ferruccio De Paoli dedicandogli il Molo di Torri del Benaco. Come risulterà dalle indagini, fatte attraverso la Croce Rossa Internazionale, egli era deceduto a Mathausen nell’aprile del 1945.
Aldo però non riusciva a dimenticare la sua dura esperienza di ostaggio alle carceri di Montorio. Per questo motivo partecipava tutti gli anni, il 17 luglio, alla commemorazione dell’assalto alle carceri agli Scalzi di Verona. Era l’occasione per ritrovare gli amici della prigionia o i loro familiari. Rimase però molto legato in particolare ad un compagno di prigionia, allora molto giovane ma che era poi diventato un valente medico e quindi Primario presso l’Ospedale di Borgo Trento.
Quando Aldo morì in conseguenza della caduta da un olivo (novembre 2001), l’emerito Professore inviò ai familiari una lettera, idealmente indirizzata all’amico.
Ne cito alcune righe:
“Ogni volta, sfibrato da ore e ore di staffilate, quando, al rientro, mi abbandonavo sul pagliericcio, tu mi venivi vicino e il tuo sguardo mi dava forza e stimolo a resistere... poi mi porgevi un bel pezzo della tua focaccia. Perché, dicevi: non avevi fame. E invece mentivi, perché quella era l’unica razione di cibo del giorno.”

William

Nella foto: LA FAMIGLIA GIACOMETTI NEGLI ANNI '20


RICORDI DI UN TEMPO LONTANO
 


Il 10 settembre 1932 è una data fissa nella mia mente. Erano esattamente le 15 del pomeriggio: una giornata bellissima, come è solito essere sul lago di Garda, specialmente nel settore nord. Tirava dal sud una brezza leggera, che riusciva appena a smuovere le acque. Il sole splendeva calmo e sereno. C’era ancora nell’ambiente la dolce atmosfera della festa di Cisano, la modesta (allora) frazione di Bardolino, dove noi tutti qualche giorno prima eravamo andati per “la fiera dei osei”. Ma proprio il giorno 10 gli abitanti di Torri dovevano essere testimoni di un grave fatto. Alle ore 15, appunto, la calma e serena atmosfera veniva turbata dal forte ronzio proveniente dal sud del lago, esattamente da Desenzano, cittadina distante da Torri in linea aerea circa 25 km. A dire il vero, eravamo già abituati a questo rumore, che ci obbligava spesso a sospendere ogni attività e correre all’aperto per osservare il volo di un aereo rosso, il “bolide” come noi lo chiamavamo, ma di straordinaria velocità per quei tempi. Sapevamo che l’aereo compiva voli di collaudo e sarebbe stato pronto fra qualche giorno per partecipare ad una gara internazionale, chiamata “Coppa Schneider”, organizzata dall’Inghilterra. A quel segnale tutti stavamo con lo sguardo all’insù, per vedere spuntare l’aereo sopra le colline alle nostre spalle e a poche centinaia di metri di altezza, girare su Torri e puntare poi verso il sud fino a Desenzano. Ma questa volta l’aereo è apparso velocissimo, basso, quasi sfiorando le colline e puntando direttamente su Torri: era fuori controllo. Il pilota deve aver cercato di evitare il paese, che sarebbe stato colpito in modo disastroso e, con una manovra disperata, ha virato a sinistra, sfiorando le cime degli alberi e andando a sfracellarsi a pochi metri dalla Gardesana, a 200 metri dal paese stesso. Un’esplosione tremenda ha scosso tutta la zona. Subito accorsero le prime persone sul luogo dell’incidente. Anch’io, con la bicicletta di mio fratello Aldo, arrivai ansante sul posto. Alcuni ulivi erano in fiamme; rottami dell’aereo ancora fumanti erano sparsi nel prato e nella vicina strada Gardesana; a 10 metri dalla riva, a due metri di profondità, nelle acque del lago si vedevano i motori. Una donna che era intenta a lavare la biancheria sulla riva a pochi metri dallo scoppio, scappò per rifugiarsi nella villa della contessa di Saldam, dove era in servizio. Si chiamava Giuditta ed era sorella di Bepi Lavanda da Bré. Dopo pochi minuti dall’incidente, quasi tutta la popolazione di Torri si era riversata sul luogo dell’accaduto. Tutti ci buttammo alla ricerca del pilota dell’aereo, ma trovammo solo una gamba appesa ad un ramo di un olivo; resti minuti del corpo venivano reperiti un po’ ovunque…Ricordo Ruggero, sarto-barbiere, con un piccolo negozio a metà paese che teneva in mano, tremando dall’emozione e dal raccapriccio, un recipiente, dove noi mettevamo i poveri resti umani. Dalla villa di Saldam uscì una monaca con un lenzuolo bianco, che stese sulla riva del lago…Lì depositammo con sommo rispetto tutto quello che avevamo potuto trovare del povero pilota e lo coprimmo con un angolo del lenzuolo stesso. Dopo pochi minuti arrivò da Desenzano un idrovolante grigio, ammarò nelle vicine acque del lago e, con i motori accesi, si avvicinò lentamente alla riva. Scese un alto ufficiale dell’Aeronautica che venne condotto rapidamente presso il lenzuolo, che copriva i resti del pilota. Si avvicinò con evidente rispetto, scoprì il lenzuolo, si tolse il berretto e si mise sull’attenti e con voce grave e profonda disse ad alta voce: “Tenente Stanislao Bellini” e noi tutti attorno a lui gridammo: “Presente!”. Egli poi, evidentemente commosso, indossò il berretto e strinse la mano a molti di noi, pronunciando sottovoce due sole parole: “Generale Bernasconi”.
Per anni, il Gen. Bernasconi arrivava a Torri in idrovolante per assistere alla messa in ricordo del Ten. Stanislao Bellini.

Emilio Giacometti

Le "Ferrari" del Cielo e degli Assi
Breve storia della Coppa Schnaider

di Rao Alessandro

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COME TROVAI UN FRATELLO
 


Maggio 1945
 Un sole primaverile riscaldava l’atmosfera. Era bello camminare sulla strada che da Bolzano portava verso le colline veronesi. Ma in senso contrario marciavano verso il nord numerosi reparti tedeschi. Spesso per marciare più speditamente e sicuri, abbandonavamo la strada principale e ci buttavamo nei campi appena arati, i cui alberi ci coprivano e ci proteggevano. Il mio gruppo era composto da 5 persone, fra cui l’amico inseparabile, Erminio Zucchetti. Venivamo tutti dal campo di concentramento di Bolzano, che aveva aperto le sue porte pochi giorni prima. Ma sulla carrozzabile Bolzano - Verona era in marcia verso il sud una massa enorme di uomini, donne, vecchi, qualche bambino: era una moltitudine disordinata, ognuno con un pacchetto o una sporta, andava avanti in forma rapida, per arrivare quanto prima alla propria casa. Nei pressi di Rovereto, Erminio ed i 4 del basso veronese, riuscirono a salire su un camion che avanzava quasi a passo d’uomo in direzione di Verona. Io preferii camminare, mi sentivo più sicuro con il mio bagaglio, costituito da una coperta militare arrotolata, messa a tracolla. Presi una scorciatoia, costituita da una stradina di terra e sassi, protetta sempre da alberi, quando improvvisamente, si blocca davanti a me una jeep. Sono spaventato, ma i due soldati alzano le mani in forma di saluto e mi allungano, sorridenti, due tavolette di cioccolato. Compresi quindi che la guerra era veramente finita. Raggiunsi speditamente la strada principale, dove continuava la marcia verso sud.
Accanto a me, per puro caso, un soldato italiano, con l’uniforme alquanto sgualcita, con un voluminoso zaino sulle spalle, camminava con passo lungo e lento, come erano soliti fare allora i soldati. Dopo qualche minuto disse: “Dove porta questa strada?”. Rispondo: “Camminando per questa strada, si arriva a Verona e al lago di Garda”. Breve pausa, viene un’altra domanda: “MA io per andare sul lago di Garda, devo prima passare per Verona?”, “No, rispondo io, più avanti fra qualche chilometro, troverai un bivio: una strada ti porta a Verona, prendi l’altra, quella a destra, che ti porterà sul lago di Garda. Ma tu mi puoi dire cosa porti in questo grosso zaino?”. Risposta concisa: “qui ci sono 7 anni della mia vita”, e mi indicava lo zaino, “sono 7 anni vissuti sotto le armi…la guerra è finita e finalmente posso tornare a casa mia…”, riprende fiato e aggiunge: “E tu da dove vieni?”. Io rispondo: “Vengo dal campo di concentramento di Bolzano e anch’io vado verso casa”. Lungo l’estenuante tragitto siamo in molti diretti verso il sud, ma quando finalmente si arriva al bivio siamo in pochi. “Ehi – dico al solito soldato dal pesante zaino – questo è il bivio”, e con la mano indico la deviazione verso destra, “la oltre, si raggiunge il lago di Garda, ma poi giunti sul lago, attenzione…ci sarà ancora un bivio: la strada a destra porta a Riva di Trento, quella a sinistra, invece, porta alla sponda veronese. Ma tu quale devi prendere?”. “Quella di sinistra”. “Ma insomma, dove vai? Forse tu vai a Malcesine?”. “Eh no, vado più avanti!”. “Vai a Cassone?”. “Non lo conosco”, mi risponde subito. “Ma tu vai a Brenzone?”. “No, più avanti ancora”. “A Castelletto?”. Mi fa cenno di no con la mano. “Ma dopo Castelletto viene Torri – e continuo – ma, ma forse tu sei di Torri?”. “Si, sono di Torri”. “Ma allora, sei tu forse Mario?”. “E si, sono Mario”. “E allora tu sei mio fratello! Io sono Emilio”. Subito depone lo zaino e ci abbracciamo…
Erano trascorsi sette anni nella “naia”, come allora si diceva; la nostra fisionomia era cambiata e di mezzo c’era il periodo della guerra, della mobilitazione, della prigionia e il disastro dell’8 settembre 1943. piano, piano arriviamo nei dintorni di Torbole: proprio lì a fianco della strada vediamo una bancarella con sopra, in mostra, panini con prosciutto e formaggio. Due persone erano preposte alla vendita, almeno così ci sembrava. Noi due ci avviciniamo, togliamo dalle tasche quei pochi soldi che ci rimanevano e facciamo il gesto di acquistare due panini. Senza dire una parola, mostriamo i nostri documenti d’identità. A me vengono regalati alcuni panini, a mio fratello niente. Ci spiegheranno: io ero prigioniero politico, mio fratello, invece era solo un militare. Finalmente un po’ di strada più avanti ci sedemmo su un muretto e condividemmo i panini ricevuti.
Percorremmo il tratto del cammino da Torbole a Navene in modo rapido, perché gli alleati misero a disposizione per tutti, alcuni mezzi di trasporto per superare i tratti di strada fatti saltare dai tedeschi. A Navene, una famiglia amica ci prestò una bicicletta. Io pedalando e mio fratello seduto sulla canna (lo zaino rimase provvisoriamente a Navene), potemmo giungere alla nostra casa di Torri.

Emilio Giacometti


LA SCOMPARSA DI EMILIO GIACOMETTI
 


Il 16 ottobre scorso è deceduto a Buenos Aires, dove risiedeva ormai da quasi cinquant’anni, il professore Emilio Giacometti.
Egli era stato un protagonista nella vita della nostra cittadina nel periodo 1943-1947. Già operativo come ufficiale dell’esercito in Albania e Grecia, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 si era unito ai partigiani del Monte Baldo. Alla fine della guerra diverrà il primo Sindaco di Torri del Benaco.
Ma fu protagonista anche nell’ambito culturale veronese, fondando con il professore Gino Beltramini e il prof. L. Vecchiato la rivista “Vita veronese”.
Poi si trasferì in Argentina a Buenos Aires e qui mise a profitto la sua esperienza e la sua preparazione culturale, fondando, assieme ad altri, l’Istituto di Cultura Italo-Argentino “Cristoforo Colombo” con annessa una scuola della quale fu insegnate
e direttore per molti anni.
Ritornava di tanto in tanto qui a Torri del Benaco, il suo paese d’origine, cercando e incontrando gli amici e le persone che ancora lo ricordavano. In una delle ultime vacanze, accettò di scrivere un paio di articoli per il nostro Giornalino Parrocchiale, nei quali rammentava alcune sue esperienze significative.
Viveva con nostalgia questi ritorni in Patria ed era sempre innamorato della sua Torri del Benaco.
Aveva in progetto di ritornarvi fra breve se non fosse stato per la malattia e per l’improvvisa fine che ha colto anche me di sorpresa.
C’è un periodo della storia di Torri del Benaco, che va appunto dalla II Guerra Mondiale ai primi anni della nostra Repubblica, che meriterebbe di essere riscoperto e raccontato. Io penso che l’iniziativa dovrebbe partire soprattutto da qualche giovane torresano. Le notizie e i documenti non dovrebbero mancare, anche se i testimoni di quel periodo, che potrebbero rendere più vivo il racconto, sono ormai pochissimi. Ed uno di questi testimoni era proprio Emilio Giacometti.
Io lo ricorderò per la sua cordialità, per la sua prontezza e la lucidità nel rievocare con dovizia di particolari gli avvenimenti vissuti. Mi dispiacerà non poterlo rivedere, perché avevo ancora molte cose da chiedergli ed era piacevole stare in sua compagnia.

William

 

Da sinistra: Gino Calcinardi, Pellegrini papà della Anna all'ora segretario comunale, Figaro da Garda,
  Emilio Giacometti Dario Giacometti (bambino) e Carlino Zivelonghi (Carnera)



cLa  foto è stata scattata in occasione di un ritorno a Torri di Emilio Giacometti.
          Si vedono i 10 fratelli figli di Giacometti Pietro, avuti da due mogli,
                              e il figlio Savino che la seconda moglie Marianna aveva avuto dal primo marito.
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La casa di Pi

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