BENACO VENTOSO
                                                       
   di Umberto Zerbinati

Aria!
Spalanco.
Una meraviglia. Il mattino è come un gran lampo che, balenato, non muoia più.
Qualcuno mi parla del mare: ma son bellezze d’altra natura. Nemmeno al mare si possono vedere spettacoli simili a quello che è sotto la mia finestra. E non si vedrebbero in nessun altro lago: questo è unico al mondo.
Stanotte è stata bufera d’acqua e di vento. Alla Punta del Cavallo, dove ci batte bene, doveva essere un’ira di Dio. Bisognava sentire, qui, le gelosie, che spifferi, che organini! Mi pareva d’avere in camera un congresso di gatti o addirittura di critici ferraresi. A volte, poi si spalancava la porta sotto la tromba della scala facendo entrare in concerto, dal pianterreno al solaio, anche una ventina di toppe di serrature: e allora – pifferi, fagotti, sirene, locomotive – pareva una fiera di Lipsia tra le raucedini d’ un grammofono gigantesco. Stamane l’acqua è cessata; resta il vento furibondo che s’accapiglia con le ultime nuvole; e non si può immaginare la musica e il colore.
È tutto un irruento selvaggio assalto azzurro – ma un azzurro quasi nero, un azzurro così intenso da dare le vertigini – che giù da Riva corre in una conversione a raggera a infrangersi qui sotto con la gioia rumorosa ed effervescente delle cose divinamente inutili.
I bianchi delle schiume e dei paesi smagliano; i gialli delle vele cantano; i verdi fradici luccicano scarmigliati e tremano frenetici come se volessero sradicarsi. Le montagne della riva di fronte, tutte d’oro incrostato sulla linea netta dell’acqua, son lì da toccare, tanto nella limpidità ialine si sono avvicinate. E Cesarina, “ qui in secco, che taglia maestosamente l’orizzonte coi suoi lunghi alberi, con quelle sue due potenti frecciate al cielo?.. E sul molo quei muratori che vuotan sacchi di cemento, e le ventate che lo rapinano via che par fumo di cannonate?… E quei tre pescatori nella piazzetta di là, quei tre pescatori in calzerotti color pomodoro seduti in terra tra vele stese, contro una cantonata, intenti a lavorare non so che rete con un capo legato a un piede?…
Un rombo di terremoto scuote l’albero. L’onda s’arriccia orribile come una valanga di pitoni, accelera, pencola gonfia del suo furore… e giù; paiono colpi di catapulte. Allora son getti al cielo ed esplosioni di polveri che incipriano i giardinetti di volo… poi i geyser impennati ricascano ribollendo sulle terrazze col suono di vetrate che si sfracellino: e rispondono dal Baldo applausi clamorosi.
Che fresco ai denti e ai polmoni! Che libertà, nel cielo! Che luce! Che festa!… (L’ultimo villeggiante eccolo là in partenza con la corriera della Valpolicella. Ad uno ad uno li ho spediti via tutti e finalmente sono solo. Adesso sì, ci si starà a meraviglia!…) in malora le città! Chi fu lo sciagurato che primo si sognò di attaccare una casa con l’altra? Chi lo vede più, il cielo, tra quelle gabbie inverosimili, e chi se la ricorda più la cara faccia della terra su cui siamo pur messi a vivere?… La tristezza di non poter essere fuori io me la trascino per mesi come un prigioniero trascina la sua palla di piombo; e forse è codesta tristezza che genera in molti di noi tutte l’altre. Per quante inquietudini, quante miserie, quante stupide torture,è necessario che si finisca a fare il sangue amaro, laggiù! Lo filtrerà a perfezione la Gran Madre, è vero. Ma prima del giorno in cui torneremo alla verginità elementare e risaremo gocciola d’acqua, alito d’aria foglia di pianta e lampo di luce, ditemi cosa resta, a medicarlo un poco, se non quei rari momenti di beata lontananza dagli uomini e da tutti i traffici feriali, tra le cose belle ed eterne?
Cogliamoli! A meraviglia, dico! Finalmente solo, solo col mio lago dai venti profumati di cedro e dalla luce spiritata di gioia; una gioia proprio sensibile, proprio respirabile, che deve imporporarlo, il sangue, se fa, come par bene, diventar matto il cuore.

Manco a dirlo, sono subito giù. Non capita spesso di vedere il mondo rimesso a nuovo; un’ora di queste rinfresca l’anima per un mese e non si può perdere un minuto.
Ma bisognerebbe essere laggiù al Cavallo prima che il sole guadagni l’acqua fino alla riva di qua. Monto in bicicletta, e via.
Allo svolto dietro la chiesa, quando imbocco la strada a tramontana incassata tra due muri, è una specie d’investimento a un passaggio a livello. Un treno di vento passa vertiginoso su me e mi sento travolgere. Fo forza aggomitolato, cigolo, sbuffo, ma vo innanzi a fatica come avessi a sfondare delle materassa.
All’altra voltatala strada s’apre, nello squarcio, riecco il lago. Da prima non è che un’agitazione di tenebre con qualche punto bianco che fiorisce e sparisce: poi mi viene incontro tutto un’ uragano d’azzurro danzante e schiumante. Ho le allegre riverenze delle due file di cipressi lungo le brecce candide, anche più candide all’orlo di quel cupo colore e le mugliate dell’altro mondo tra piloni d’una cedrata dove il vento fa mulinello dietro un’altra muraglia!
La vista verso settentrione qui è tutta quanta aperta e i cavalloni, avanzanti a formidabili rotolate, vengono a fracassarsi dritti dritti qui contro con un rimbombo che introna la testa e mette un rullo del diavolo dentro le viscere.
Faccio tutta l’insenata fino all’ultima villa appoggiandomi alle raffiche che mi prendono da sinistra. Scendo un tratto sulle ghiaie per mettere gli occhi all’altezza di quel po’ po’ di pentolone che bolle: ma la spruzzaglia mi ricaccia. Torno indietro: ho in faccia una visione superba: la visione del Gu, il titano supino, sopra le cime folleggianti dei cipressi. Si direbbe che il monte, stamane, si sia dato aria più in cielo con un respiro; pare più alto del solito. Rasentando i cipressi, improvvisamente ecco dietro gli intercolunni un lume che passa: una vela.
È una delle solite vele chioggiotte che qui usano, grandi, arance, a due squadre e un flocco, e mi appare innanzi inattesa e vicinissima in tutta la sua imponenza. Il sole ha da poco sormontato alle mie spalle la cresta montebaldina e, subito di là da una lingua di terra ancora in ombra, la investe in pieno. Bisogna vedere, tra fusto e fusto, lo spicco, l’incendio di quel gran giallo sull’acqua d’inchiostro e sui monti in lontananza! Mi aggrappo a un ciuffo d’erba scoppiante da un tratto di muro e senza scendere dal sellino resto a guardare finchè, voltata un’ala e l’altra, la vela dilegua verso Gargnano più lenta e maestosa di un cigno.
Ma questo arnese con due ruote comincio a sentirmelo un po’ troppo tra i piedi, per dire la verità. Non posso, a questo modo, percorrere che lo stradale e mi par di perdere il meglio. Mi avvio dunque a riporlo… tanto più che (non è il fischio del piroscafo questo qui che si sente?) arriva il piroscafo, e bisogna esserci, diamine.
Il paese, al ritorno, e tutto allegro di comari che si incrociano da casa e bottega ristringendosi addosso gonne e scaletti. Qualche finestra che sbatte; insegne che zirlano; gerani sui davanzali che pare li spazzolino le furie; bianche rie legate a una corda schioccanti come bandiere a festa; e la darsena, in giro in giro, una ressa di violoni che gemono e danzano; passando davanti ai vicoli ed ai voltoni sboccanti sull’azzurro, un ritrono! Un subbuglio!…
Eccolo là: è l’Angelo Emo!…
Messi giù que’ miei ferri vecchi son già al pontile dove non c’è che il batelante!…
Ma ce la farà, con questa bava?…
Oh sì che la prenda larga!… Una prima volta è costretto a passar via per non essere buttato a riva dal sottovento; la seconda, eccolo finalmente; ma che lavoro! Arriva tutto inclinato, travagliato, friggente, e accosta sugli elastici con arrancate di pale ed ansime di controvapore, baloccato come un guscio. A una voce due funi volano. I pali alla pressura spasimano. Un suono di fisarmonica viene a folate dalla tolda tra zaffate stomacanti di cattiva cucina.

pag. 11
A poppa uno stuolo di monache. Una, piccola e lusca, sporta dalla ringhiera rende l’anima con certi lacrimosi che spettrerebbero un turco. L’altre tra cui campeggia una rubiconda zeffirona ch’è forse la badessa, manco si voltano da quella parte e chiacchierano gaie.
Rivoltate le funi, è un gran sciabordio con tonfi e spume candide e il guscio va e rincomincia il ballo.
Girando lesto la darsena monto verso la strada costiera per vederlo passare sotto. È qui che viene!… Da prua, sventolio di capelli di fazzoletti e ancora, quando fioche quando forti, le note della fisarmonica. Poi il fumo – un fumo basso e grasso – avvolge la piccola nave e se la porta via d’incanto come in una scena d’opera.
Teresa! – sento una voce dietro di me: e un balcone si richiude. Nel volgermi… briscola!… salvo il cappello al volo; mi rapa la testa mandandomi due passi indietro un buffata da mozzare il respiro. Viene dal cancello di un parco.
Avete mai visto marinai camminare sulla prua che beccheggia? Raggiungo a quel modo le sbarre e metto gli occhi dentro.
È un parco di poco tratto chiuso tra una villa nana in forma d’un carrozzone da zingari e il rudere d’un vecchio castello scaligero, un muro altissimo abbrancato su su fino alla merlatura da un assalto di rampicanti.
Densa, buia, enorme, tra la villa e il muro una massa di dieci masse si divincola e mugghia, come un rogo tenebroso pieno d’anime dannate. Una montagna di verde. E trabocca fin fuori, di qua del cancello, minacciosa sul mio capo.
Ad ogni rifolone la montagna si sconquassa e mulina quasi scoppiasse dentro, si getta a destra, si getta a sinistra, si raddensa su sé medesima, compressa da una forza demoniaca; poi, liberata di nuovo, è un caotico scombuiamento, un convulso, un tumulto, ed eccola tra sgretolii laceranti piegare tutta in una volta per rovinare a cascata verso di me in un fragoroso scataroscio. E dietro le cime che piegano il muro appare, quant’è alto, corso da un folle spirito, un brivido d’innumerevoli ali verdi che pare debbano da un momento all’altro sollevare la mole al cielo.
Un ululio desolato, un ululio continuo, tra le lance del cancello, segue l’alzarsi e l’abbassarsi del soffio come un lamento che segua gli spasimi d’una tortura, mentre da un angolo all’altro si rincorrono spiralando mulinelli di sabbia e di foglie morte, e contro i muri, i vasi, gli embrici suona e rimbalza una gragnola di castagne matte. Solo di tanto in tanto – corsa a fare bestialità altrove – la furiata qui cade lasciando una sorta di sospensione piena d’aneliti che da il senso dell’agguato, e allora la stretta del parco rèboa laggiù più in gola simile a una lontana cateratta e si sentono le catapulte dei marosi, sotto la strada, ritmare la sospensione a colpi profondissimi. Ma a un certo momento il turbine investe di sotto in su le cime e le torce e le tentenna con un tale furore che la natura par diventa epilettica e la sinfonia tocca il parossismo. Non ho visto ne sentito mai niente di simile. L’anima si rimpicciolisce sgomenta e al tempo stesso inebriata, e griderebbe anch’essa, se avesse voce, presa dalla medesima follia che ha preso tutte le cose intorno.
Due, tre, quattro volte devo tornare al cancello, soggiogato da quella scena da sabba romantico. Infine il sole sfiora la ramaglia più alta e la danza dei neri intrichi arborei, sotto i continui squarci frantuminii di quella nuvola sonante s’immonda di così fantastiche illuminazioni che par d’essere sott’acqua. Ma la luce crescendo, le raffiche a mano a mano, e mi stacco di la per non portare diminuita dentro di me quella visione straordinaria.
Ho trascorso – innanzi e indietro – tutta la mattinata cosi. Qualcuno mi avrà preso per un povero mendicante un po’ tocco. Ero, si, un mendicante : di meraviglie; e pareva che il gran mago che me le prodigava non badasse spese, perché bastava ch’io m’affacciassi a questo o a quello scorcio, mi fermassi a questo o a quello svolto, ed eccone di sempre nuove o sotto sempre nuove luci: portici, altane, vele, cedraie, campanile a un passaggio di nuvoli, ulivi della conceria, viali di cipresseti che danno la scalata al monte…
A sole alto ho preso l’erta d’Albisano.
Che ristoro, quell’aria fresca come un sorbetto bevuto a lunghi sorsi nella salita mentre mi volgevo, di tanto in tanto, a guardar giù l’azzurro sempre più fondo!
Le gambe mi balzavano innanzi col cuore che batteva a gran tamburo… Adagio, perdio!… ma che! Avrei voluto essere subito su, e poi subito più in alto, e poi più in alto ancora, urtato dentro da una maledetta fretta di giungere non so nemmeno io dove per poi voltarmi a dominare in lungo e in largo tutta la vista. Di là sarà meglio: ma di lassù sarà meglio ancora. E su, dunque! E via!… Non sentivo più il peso della mia misera carne: era, quella che saliva, la mia stessa ariosa gioia…
Devo confessare che quando finalmente mi sedetti sul picco e girai intorno gli occhi sullo scenario indescrivibile sentii un prurito di lacrime e che non son ben sicuro che fosse solamente il pizzicore del fresco?… Non so se la stupefazione, l’emozione, l’intensità di vita che mi elettrizzava il sangue mi soprafacessero per qualche attimo; so che mentre passavo, così in contemplazione, di meraviglia in meraviglia, non finivo di gridare in cuore il mio amore in tutto, e mi sarei abbracciato il mondo compreso gli uomini, to! (di là non li vedevo), espansivo come un ubriaco. E davvero scendendo di lassù mi sentivo ubriaco: ubriaco d’una forza e d’una volontà quasi fanciullesca che mi son portato dentro per non so quanto covandomela come un raro dono di Dio.
Ancòra ne pomeriggio, quando, da giù la tramontana, era succeduta l’òra, la brezza del sud, e tutto era mutato, ancora un po’ di quell’ubriacatura mi teneva.
Steso in amaca sulla terrazza all’ombra con le braccia incrociate dietro la nuca e gli occhi abbarbagliati socchiusi nella dolcezza della siesta, ascoltavo la brezza – far tra le foglie quel fruscio che par la musica stessa del fresco, e guardavo attraverso l’incontro di due ringhiere che fingevano una propria la gran colata argentea camminar tutta a destra abbonita dalla carezza.
Il cielo era spazzolato; l’aria, una fulgidità a mala pena sostenibile sprazzante in mille incendi tra le ciglia socchiuse.
Di tanto in tanto il telefono teso alto tra le vigne lievitava come una vela, sbatteva e scoteva la ringhiera cullandomi…
Qualche capinero, qualche passero…, non si sentiva altra voce: completa solitudine.
O lago del mio amore, lago pazzo e soave dalle mille seduzioni! È pur dolce lasciarsi prendere dal torpore e dal sogno sotto la libertà del tuo cielo mentre le luci e l’ombre danzano sulle palpebre una danza che concilia le più svariate fantasticherie!
A poco a poco la mente mi si spopolava d’altre ombre e d’altre luci in sordina, di non so che altre ore passate qui da fanciullo, che dolcezze lontane, che cari volti non riveduti più… E per poco che il sogno mi prendesse mi pareva di navigare sopra un vascello di verzura su cui m’avessero seguito uccelli d’una terra lasciata indietro da tempo. La nave andava senza meta e gli uccelli, sul mio sopore, cantavano come ricordi.
(Torri del Benàco).

                                                                                                                                 UMBERTO ZERBINATI
                                                                                                                              "PAESI DELLA DOMENICA"
                                                                                                        (da IL GARDA rivista mensile di settembre 1927)






 

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