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I BAGHÉTI
E veniva Natale. Quasi per magia, la mattina d’un giorno opaco
apparivano nella piazza i baghéti.
Il più vecchio tiene a tracolla la baga, nella quale imboccano
tre-quattro canne di bosso: nella più corta egli soffia dentro, a
gote gonfie; sulle altre, terminanti in campana, scorrono le sue
dita a svariare un suono lamentoso.
Il più giovane tiene fra le labbra strette l’ancia di un corto
piffero da cui trae scintillanti e clare variazioni alla sinfonia di
fondo, dal registro più basso.
La sembra dei mocaióni si accoda, trascinata dalle note vertiginose
del piffero e incuriosita dall’anfanare della baga, che si tende e
contrae.
Vestiti e calzati di pelle, questi uomini venuti dal sud hanno in
volto l’inespressione e la vacuità arcana degl’idoli orientali.
Nessuno ode la loro parola; nemmeno quando, staccato il piffero
dalle labbra, il giovane entra dai boteghéri e nel suo cappellaccio
proteso piove qualche monetina. Un lievissimo chinar del capo e dal
piffero riaccostato alla bocca riaffiorano grappoli di suoni. Che
allegria per i bimbi! Non solo per la musica, ma anche perché son
sicuri che i baghéti i porta la néve.
Pino Crescini
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