Felice Ferri
di Castion Veronese...

Se mi desta l’aprile


Ecco la prima raccolta di liriche di un contadino, Felice Ferri, spentosi settantaseienne nel piccolo paese natale di Castion Veronese nel 1967.
Dotato di spiccata intelligenza, deve tuttavia, rinunciare a proseguire gli studi regolari oltre le elementari, chiamato subito al lavoro dei campi. Ma assieme ad aratri, vanghe, carriole o ceste, ogni giorno manovra libri e matita.
Autodidatta, in un ambiente pur splendido di bellezze naturali ma scarsamente stimolante dal punto di vista culturale, si impadronisce così dei testi classici della letteratura poetica latina ed italiana.
Con puntigliosa applicazione va limando il proprio dizionario e la propria tecnica di scrittura fino a stendere centinaia di opere poetiche, rimaste per tanti anni abbandonate fra le poche cose rimaste di lui.
Dalla polvere e dall’abbandono (ma quanti sono andati perduti?) si vogliono togliere con questa pubblicazione una settantina di scritti lirici in lingua italiana e nel singolare dialetto locale.
Postumo tributo che vuole, seppur inadeguatamente, sostituire quel riconoscimento che tante volte Felice Ferri aveva sollecitato non tanto per sé, quanto « per i miei giovani proletari agresti».

 

Un contadino liberato dalla poesia


Una conca di verde incontaminato, un mondo di cose semplici; il silenzio profondo, gli scorci potenti del Baldo e del Garda; e tra i viottoli bimbi ed uomini fatti di lavoro e d’onestà. Conoscevo Campagnola, l’appartata contrada appena sopra l’antica Valle dei Molini; ne avevo bevuto a pieni polmoni l’intensa poesia. Non è stato perciò meraviglia per me scoprire un giorno per caso che in quei luoghi, in quelle case, in quei campi c’era stato che della poesia aveva fatto il motivo profondo di tutta la sua esistenza.
Felice Ferri: il nipote Severino, mio collega d’insegnamento a Verona, me ne parlò; chiesi di vedere i manoscritti, li potei leggere e subito ebbi la sensazione profondamente gratificante di toccare vera poesia. Quello che ne nacque è ormai storia di Castion: un mio articolo di «scoperto» su «L’Arena», l’interessamento dell’ex sindaco prof. Benedetti, del presidente del Circolo dei Dieci, dr. Bellinato, dell’Amministrazione comunale, un paio di conferenze pubbliche, ed ora Felice Ferri, l’umile e tenace contadino di Campagnola, ha ottenuto finalmente il coronamento di quel sogno che era stato il motivo di vita per tutta la sua esistenza: è riconosciuto poeta, i suoi versi dalle grigie pagine dei mediati manoscritti sono passati alle stampe, ed a lui viene solennemente intitolata la scuola elementare del paese.
Sono commosso nel profondo del mio animo; vorrei che Felice Ferri per un momento soltanto tornasse a vivere, e si cingesse finalmente 
del lauro poetico che gli viene riconosciuto. 
Era un uomo schivo, silenzioso, assorto sempre nei suoi sogni e nelle sue meditazioni poetiche; umile e restio, ma anche potentemente cosciente del valore e del significato della sua esperienza poetica. Definirlo poeta bucolico sarebbe estremamente riduttivo ed altrettanto ingiusto nei suoi confronti sarebbe il volerlo ridurre soltanto ad un individuo che si sia cullato e rifugiato nel mondo della lirica. 
Felice Ferri è qualcosa di più; la sua vita e la sua poesia sono innanzitutto un atto di fede nella cultura e nell’arte come strumento di redenzione per chi è popolo; «chiedo un’edizione, una laurea ad honorem, egli scrisse, non per me, che come il vecchio davidico non vedo più, ma per i miei giovani proletari agresti»; e ricorrenti nella sua opera sono i meditati spunti polemici contro le ingiustizie della storia. 
Per lui, piccolo uomo dei campi, potentemente animato dalla sete di cultura, caparbio autodidatta per tutta la vita, il sapere e la poesia divennero una rocca inafferrabile entro cui ritrovare, per sé e per gli altri, il senso dell’essere uomini ed il rispetto per la propria dignità, al di là d’ogni cognizione e convenzione che divide gli uomini in buoni e cattivi, in potenti e deboli, in ricchi e poveri. 
Poesia come vita, anzi più che vita; poesia come crescita spirituale, come via per la liberazione interiore, poesia come mezzo di riscatto e di sublimazione. Al termine dell’itinerario ideale di Felice Ferri non sta un disegno rivoluzionario, non sta un’ideologia sociale.
La meta di Felice Ferri è liberare dagli appesantimenti delle circostanze e del vivere l’elemento puro di noi stessi, la nostra anima allo stato aurorale, quel fanciullino con cui Pascoli identificava la poesia stessa, quella dimensione dell’infanzia oltre la storia e il tempo che Campana, al vertice della sua ispirazione, sognava contemplativa sulla riva del fiume del divenire.
L’ansia dell’eterno dunque, questuala vera ideologia di Felice Ferri che egli si propose e ci propone perché anche noi possiamo superare d’un balzo le ingiustizie e i mali del vivere; una visione dell’uomo lentamente stillata dai millenni di vita della civiltà occidentale, di quell’umanesimo che esalta innanzitutto l’uomo e che da Socrate e Platone scorre a Plotino, che ritroviamo in Virgilio, che si potenzia e chiarifica nel Cristianesimo e che assume in Dante e in San Francesco connotazioni inconfondibili. E questo è anche il retroterra culturale con cui Felice Ferri preparò lentamente la nascita della sua poesia. Per questo nei suoi versi troviamo le folgorazioni mistiche e potenti della poesia europea novecentesca, arricchite sempre da un sapore avvincente ed affascinante di saggezza antica. L’uomo d’oggi, ubriacato di tecnologia, affogato in un mare di egoismo e di grigiore, ha bisogno di riscoprire se stesso attraverso una poesia vera come quella di Felice Ferri.
Non tutti i versi del nostro sono allo stesso livello, talvolta si sente palese l’influsso di qualche maestro; ma quando la sua musa si libra sicura ed autonoma, e questo avviene spesso, allora il poeta ci trascina potentemente con sé a contemplare «farfalle tinte in polvere di sole», a «correre il ciel cantando la rapina/del nuovo sogno», a vivere la malia di qualche «valle rugiadosa» over respira «il cuor fuggito dalla strada afosa»; insieme con il poeta scopriamo che la morte stessa è null’altro se non «tramonto d’or nel mio podere», se non un «… errate lontano, lontano, mentre m’affogo nell’eterno azzurro»; con lui salpiamo «ver lidi d’eterna bellezza» a cogliere il canto «di galassie errabonde», a toccare il mistero del tutto per approdare infine a Dio, all’ «onnipotenza tua che ovunque canta»; è allora che la poesia lirica di Felice Ferri diviene poema, il poema francescano che da tutto il creato s’eleva all’Assoluto, «quando ogni erba tremola fiorita,/ cinte, ogni verme, d’iride le ali,/ si leva al sol coll’ inno della vita/ e tutta l’aer è versi musicali,/ sento una sanità d’elisi odori/ scotermi il cuor, spegner le passioni/ e sconvolgermi in piacer tutti i dolori».
Lo studio della poesia di Felice Ferri inizia ora soltanto.
Morto all’età di 76 anni nel 1967, egli ottiene il riconoscimento che merita soltanto ora, grazie a questa pubblicazione resa possibile dalla sensibilità della Amministrazione comunale di Costermano ed in particolare del sindaco dott. Ferrarini. Ma un plauso particolare devo esprimere per il nipote del poeta, il professor Severino Ferri, che appassionatamente, con la coscienza di adempire ad un impegno morale affidatogli dallo zio, ha custodito i manoscritti, li ha trascritti ed ha voluto quest’edizione. «Deorum Manium iura sacra sunto», siano sacri i diritti delle anime dei morti: una legge morale e civile dell’antichità cui anch’io ora obbedisco e di cui proprio ora, di fronte a Felice Ferri, comprendo appieno il significato profondo.

 Vasco Senatore Gondola       
                                                                                 

Le Poesie...

Sogno
Curriculum vitae
Ego
Menisse horreo

Confidenze
Protesta
Sirmione

Ape
Intermezzo
Tristezza

Serernità
L'estro
Tanti anni dopo
Il mio compleanno
Rose e riflessi
Non omnis moriar
Visio
Sogno e realtà
Dormiveglia
Preghiera
da "Le visioni"
Il contadino
Amore o morte
Epigrafe
Contrarsi
Mistica

A marea bassa
L'usignolo
Ippocastani
Vita militare
Preludii
L'ultimo mulino della Valtesina
Risveglio d'augelli
Verso San Zeno di Montagna
Val dei Mulini
Ninfe boscherecce
Estasi
Bellezza
Neve
Aprile
Finis
Pensiero
Possesso
In limine mortis
Heu me!
Sveglia
Risposta
Iter
Maddalena
Ai nipotini

Tramonto e aurora
Epistola IX a C.T.
Memento
Al mio asino
Siccità
Gita
Musiche
Un gatto
Ricordi
In molinetto
Preghiera
Castrum leonis ad Benacum
Incidente
Qua del vin de Bardolin
El dialogo dei campanili
El mese de maio
La predica del castaldo
El contratto dei boi
Vecie e putele
Alegrie de l'amigo
La signorina moderna
Esequie dei "piti"




 

 

Sogno

Dal notturno sognar mi trae l’aurora;
ma questo andar d’immagini, ch’io scerno
nel novo lume, non è sogno ancora?
E non è forse risveglio al sogno eterno
la morte? Sulla ruota del mulino
le nuove rose guardano fiorite,
fra schegge di smeraldo e di rubino,
tutte le rose guardano stupite..!


Curriculum vitae

Fanciullo fui senza triopudi
Sol volto alla santa Natura
e chino sugl’umili studi:
fanciullo dell’estasi azzurra.

Fu triste la mia Adolescenza,
divelta dall’amor della Scuola;

ma senza nessun’assistenza
studiai, solo sull’umile zolla.

Non fu qual augello, di schianto
interrotto dal fulmine ostile
mentr’iva tessendo il suo canto
di sogno, d’amore gentile.

Quant’inni d’allora vergai
alterni al lavoro dei campi!

Che sogni di gloria tentai…
E ancor duro con vergini vampi.

E affronto solingo il latino
ch’altr’odia ed ignora e disprezza,
e scrivo ogni sera il mio inno,
che accolsi del sol nell’ebbrezza.

Tuttora tutt’ora fanciullo…
Mi chiaman ai solchi. Ove sei?
- Oh qui con Virgilio e Catullo…
- Su, all’opra. Che studi, che idei?

- Son pronto -. Ricchezze e allori
- Sognai tanto. Fu inutil rovello.
- Ai campi ritorno, ai pastori,
- Al dolce natìo paesello.
Son pronto. Con vanga, con rasto
e anco in dolce matita…
Guido asini e seguo quell’astro,
che guida l’incerta mia vita.


Ego

Io sudo lieto nella stanca vita
pel vin, pel gran per la polenta,
per la tassa ch’aumenta,
con virgiliano amore.
E quando stagion mentre al sudore
il povero colono
non impreca ma prega:
chieggio a Dio perdono
dei falli miei (ma quali?).
e s’erga il poeta…
È un pullular di sogni iridescenti
la vita mia: estasi celestiali
fatte di fanciulle sorridenti, fatte di fiori elisi,
scendono agli occhi miei
lacrime e sorrisi.
Ma poi vince la danza delle risa:
le vergini celesti
si curvano, si rovesciano ridendo
or mani, or seni, or cosce,
cinte di fiori agresti,
ed io di lor m’accendo…
Alfin cadono flosce
Su talami di rose,
dolci sirocchie e spose.
Guarda. I monti lontani fansi azzurri
E i dolori lontani fansi azzurri:
son sorrisi celestiali, è l’oblio.
Riconciliato mi sento con Dio,
con me, col prossimo, con la natura.
questo novo sentir mi trasfigura.


Meminisse horreo

Talor dai grandi mendicai sorriso,
tapinello, sognai delizie ed agi,
mi feci in terra miseri miraggi,
di Paradiso.

Ma tanta delusion fe’ ch’io ravvisi
Sol nell’amore il paradiso vero,
che nasce in cuore e sboccia nel pensiero
fiori improvvisi

O bellissima ninfa filatrice,
sotto oleandro presso un aureo sciame,
fila, fila per me, fila lo stame
d’età felice

Tessi per me il tuo bel gesto alterno,
col tuo sorriso, coi tuoi rai, t’imploro!
Tessi per me la bella nube d’oro,
l’attimo eterno
.

Confidenze

Mi piace passeggiar per vie segrete
sprovviste d’auto, di moto e biciclette.

Qui mi salutan, mi chiaman fratello
freschi fior dall’oro d’un ruscello.

Farfalle tinte in polvere di sole
mi volgon bellissime parole.

E trovo la parola che consola
il travagliato spirto, la parola

ch’è già vita e vittoria sulla sorte,
la parola che vuol vincere la morte.


Protesta 
Alterno al lavoro materiale agreste il lavoro intellettuale: versi di frumento e di commossa poesia.

Questo mio cuor che grandi sogni alberga,
grandi speranze, misero gigante
comprimerò nell’umile stamberga
d’umili amor, d’umili sogni amante.

Questa mia man che fini versi verga,
incallirò su vanghe d’adamante, 
che un fior agreste le mie pompe infrante
consoli e di rugiade pie l’asperga.

Sempre il mio canto al raglio del somaro
disposerò: se i libri ed i giumenti
si fedelmente ognor m’accompagnaro,

non fia, non fia, per quanto altrui mi tenti,
ch’io neghi e tronchi il lor consorzio caro,
ch’ereditai dagl’umili parenti. 


Sirmione 

L’occhio dal sentier Sirmio ravvisa
Traverso la frattura del torrente,
Sirmio sulle biancastre spume ardente…
Son quelle là le case delle risa?

Odo il giovan Catullo che m’avvisa:
«deh, t’annunzia ridendo ad ogni gente,
vedrai qual gloria a te verrà repente».
E mi sorge nel cuor rosa improvvisa.

Ed io senza mai darmi tregua e posa,
l’Olimpo scandirò, con la mia face.
Non mente il fato all’animo che osa.

Avanti degli eroi sull’orme, audace
E pur restando con agreste sposa,
nell’etra d’oro avrò vittoria e pace.


Ape

Malato spesso fui di mal d’amore.
Solitario per i campi solitari, 
un’ape fui che mai non trovi fiore.
Chi mai mi riempirà questi alveari?


Intermezzo

O mamma mia, tu sempre mi sognasti
Scalzo pastorel fra guazza ed erba,
mentr’io per me sognai radiosi fasti
e d’arte e di saper vetta superba.
Perché? Chi sa il mistero delle cose?
Perché si acute spine hanno le rose?

Fu bene o mal? Vissi un incomposto
Danzar agreste e al sol la vista fisa
Sudor di sangue e spizzar d’un mosto
Di gaudio francescan, di folli risa
Come un sentor della Città di Dio
E, nel lavoro, virgiliano oblio…

Ma or, mamma, il fior di sogno che coltivo
Nella gran notte, il fior del mio deserto,
il fior nelle bufere sempre vivo
io colgo solo per l’arvale serto…
Si perdon l’api d’or nel pio zaffiro
E delle vigne nel virente giro.


Tristezza
Versi liberi

Tengo in mano una rosa;
ma olezzo ella non dona,
né olezzo ella ha più,
e la vital virtù
del cuor m’abbandona.


Serenità

Del mondo mi combatton tutte l’orde,
m’irridon procession sciocche e serene,
io pur andrò verso Corinto e Atene,
con quest’esili prue di luce ingorde.

Di nessun mal coscienza mi rimorde…
Vedo che pur di Morte all’atre penne,
una luce d’Empireo immensa viene, 
e sento del mio cuor vibrar le corde,

come novelli fior, com’arpe eolie
quando passa lo zeffiro o si posa; 
e vedo un porto che quieto m’accoglie.

Che mi cal delle dure posse ontose,
e se del Sogno ruinar le foglie,
quand’ho questa magia meravigliosa?


L’estro

Quando, Dio, dal mio cervel trasmetter godi
mirabili pensier, vibra la lira
dei nervi miei e ancora auree melòdi
la bocca scaglia, e un’aurea eterea spira
e il guardo mio d’ignoti astri s’accende,
lieto seguendo immagini stupende.

Un sol risorge sulle nevi ardente,
l’errante pellegrino riconforta
ed illumina, d’angioli frequente,
la pia città dell’anima risorta,
pur lontana nei sensi, ma vicina
per l’arte che si fa prece divina.


Tanti anni dopo

Dolce Benaco, il povero fanciullo
son io che un giorno lungo le tue rive
mentre coglieva le tue brunme olive
o le capre pascea sul balzo brullo,

balzai poeta ed imitai Catullo.
Pensai mai che tue beltà festive
pur io coglieva, con brune olive
e in rime le scrivea, divin trastullo?

Dopo tanti anni, dopo lunghi errori,
ravvivo in me, sognando infanzia pura,
quei fior, lontani pii consolatori.

Menta pur l’arte al bel della Natura,
s’ebbra di sogni e d’innocenti amori
per lei l’infanzia in cuor destasi e dura.


Il mio compleanno

È il mio compleanno!
Son nato una notte gelata,
d’un verno lontano sull’onda
e fra estasi d’or natalizie.
Son nato quell’ora evocata,
che un coro divino circonda
d’angeli, pastor, magi, note
d’angelica festa,
d’angelica d’or sinfonia,
d’estasi d’or natalizia.
Son nato nel novo Natale.

E or tutto si spegne?
Tutto ora si tace?
No! Sto in alta vigilia
e ho a fianco la pia vecchierella
che fila con man malsicura
e in veneto stil m’assomiglia
e parla d’aprile lontano, 
ch’era ella pur giovane e bella
per fiori, farfalle e sonetti,
fra prati e vigneti.
Or l’ombra del dì che vien meno,
ma volge in sereno.
E andiamo non verso l’oblio,
ma verso un Presepe dipinto
di sogni e vagiti d’un Dio,
con tutte, con tutte le genti
che volgon a Lui da ogni via…

O Dio Bambinello, 
a redimer la terra,
disceso dal Cielo,
a te la senile preghiera.
Nell’anno che inizia,
pur carico d’ombre e di mali
ridona fulgor di puerizia.
No! Mentre la vita declina
Tu donale nova esultanza,
nova estasi d’or natalizia.
Sii preludio, sorriso, speranza.
Deh! Ch’io non ceda al rapace,
né cessi il tenero inno.
Deh! Aiuta fanciullo divino,
a vincer l’ultime tempeste,
per me scorta sia,
sia faro di riva celeste.


Rose e riflessi

Oh quante spine, quante spine ancora!
Ma una silvestre rosa è in mezzo a loro,
con suoi riflessi di novella aurora,
con risa d’oro.
Sur bivi di sentier montebaldini,
tende labbra di vergine pudìca 
a sfioriti nodosi bianco – spini
silvestre amica.

Anch’io ho una rosa fra dolor infissa,
e s’or rido è perché nel suo profondo,
il mio sogno d’infanzia s’inabissa,
chiede altro mondo.

La evoco nell’età mia derelitta:
il mio sospirar nulla rileva, 
dal duol, come augel, l’anima invitta
al ciel si leva.

Tante spine, tante spine ancora!
Ma una rosa silvestre è in mezzo a loro,
con i suoi riflessi di virginia aurora
e risi d’oro.

Mi perseguita il duol, l’insonnia inferna,
ma di mia rosa nel giallo mi fiacco,
e godo in sogno ancor gleba meterna
e aureo Benàco.


Non omnis moriar

Sognai già nella vita allori e rose,
allori e rose a serto d’auree soglie,
a specchio delle fonti melodiose,
sognai, sognai con infantili voglie.

Ma al Sogno mio l’evento non rispose.
i nembi mi disperser fin le soglie
recise degli allor e delle rose.
Ma un fonte mi restò, com’arpe eolie,

sonando allo spirar dei dolci affetti
e m’accompagna, musica immortale,
per l’immenso giardin de’ poeti.

Oh vincerò per te l’urto frontale,
per te pia fonte che dal cor saetti,
per te fonte del cor musicale.


Visio

Vedo il futur da me fuggir lontano,
simile al sole nelle estive sere. 
Odo del mio passato il vento arcano
disperder fior di spemi lusinghiere.

Ricordo gli occhi d’or, ridenti e belli,
con riflessi di rose e melograne,
ricordo i tuoi radiosi capelli, 
piovere a me rugiade catulliane.

Sull’erba intorno, in aere vïola,
danzano riverberi e ombre oranti
di fantasmi senza arte e parola
salir, salir dalla vallee fumanti.

Tutto tramonta in un puviscol d’oro,
colorando del ciel fuggenti nubi,
che non tuonan né s’assalgon fra loro,
frane, valanghe di segreti incùbi.

Viss’io solingo sotto ingenti rami,
sott’agli grandi, immobili e ad un volo 
proteso sempre di vette ai ricami,
e d’un tenero, segreto rosignuolo.

Vissi stento l’agreste poesia,
chiedendo l’esca ai vaghi campicelli,
tessendomi infantile elegia,
cigno del Garda. E così sia.

Ma or son ov’è colei ch’ognun compone
nel sonno eterno, e i vegli e i forti figli
e le pie madri e le venuste donne
e vergini ed infanti in vel di gigli.

Penso, mentr’ella fa la sua accostata,
cose che potevano essere e non sono
state, la lunga età mortificata.
Ma che val se al molo eterno sono?

Partenze senza fin, senza ritorno!
Di salpanti e restanti, addii sommessi!
Un risciacquo di pianto, intorno intorno!
Un sanguinare di supremi amplessi!

M’assopisco. Mi scivola di mano
un libro, come il temo di Palinuro.
Mi pare errare lontano lontano,
mentre m’affogo nell’eterno azzurro…
Diran: «Mort’è». D’alcun sarà piacere,
di pianto alcun mi bagnarà la fossa.
Ma i lidi catulliani a rivedere
ritornerà quest’anima commossa.

Ritornerò, ritornerò sovente,
cigno del Garda, del mister che ingoia
al Garda esilio e canterò più ardente,
e rivivrò la catulliana gioia.


Sogno e realtà

Io porto in cuore tanti bei giardini
Rugiade ed acque e colorati augelli,
che modulan continuo soavi inni,
e all’ombre verdi e a specchio dei ruscelli
si stan le ninfe e filano indefesse 
sogni d’amore e tenere promesse.

Io porto nel cervel miniere d’oro,
miniere di celesti fantasie,
che mi consolan l’aspro mio lavoro
e mi fioriscono le solinghe vie.
Fo sonetti, madrigali, stornelli
ariosi tessendo con gli augell.

Io porto in mano un gelido piccone
per scavar nel nostro suol trincere 
per Hitler successor di Guglielmone,
o meglio per le sue fuggiasche schiere.
Vita non è che di risate un vento,
che tutto porta e spande in un momento.


Dormiveglia

Chi dall’ombra risorge e risplende?
Smorte labbra e sorrisi d’aurora,
visi esangui che l’anima infiora
di due stelle, di dolce splendor…

O riflessi di sogni stupendi!
O illusioni d’immagini care!
Dal silenzio del Garda lunare,
sale un canto che fere il mio cuor.

È il lamento supremo del cigno,
un sospiro di giorni migliori.
Come bimbi si destano i fiori,
sorridendo fra veglia e sopor…

e l’ulivo dall’alto macigno,
ei stormisce egli mormora: Pace!
E una vela via scivola e tace,
lenta, lenta in un fosforo d’or.


Preghiera

Grazie, mio Dio, d’avermi messo al mondo,
d’avermi lasciato anni quaranta
ad adorare il tuo mister profondo,
l’onnipotenza tua che ovunque canta.

Volevo tutta attrar della mia luce
Nell’orbita, io genio, l’umana gente;
e sol rimasi d’asini e di buoi duce,
in un umile poder, poveramente.

Ma quando vedo al buio, a schiera a schiera,
fiorir di mondi l’infinito spazio
e l’uom ramingo sul pianeta terra,
col vano suo sogno e col suo strazio;
quando in ciel le nuvole di rame
s’assaltano, sprigionano scintille
e in ciel pende un mar d’acque fra le fiamme
a fecondar la terra ebbra d’aprile;

quando ogni erba tremola fiorita,
cinte, ogni verme, d’iride le ali, 
si leva al sol coll’inno della vita
e tutta l’aer è versi musicali,

sento una santità d’elisi odori
scotermi il cuor, spegner le passioni
e volgermi in piacer tutti i dolori,
tutti i deliri miseri ed insani.


Da «Le visioni»

Questa continua poesia è il mio fiore.
Chi può tormela mai? Chi mi recusa
Questa gioia innocente, questa illusa 
forza del cuore?

Quando il dolore atroce il cuor mi stringe,
il mio povero cuore in fredda morsa,
si leva in me questa divina forza, 
di fior mi cinge…


Il contadino

Il contadino è come il navigante,
scruta le stelle, l’orizzonte, il sole
e fino le più lievi bavicciuole,
che increspano il suo mare verdeggiante.

È’ francescan assai: ama le vïole,
gli augei, le chiare acque, le piante:
tutte le cose che in un solo istante
Iddio creò in brevissime parole.

Iddio creò e diede beltà e seme
a ogni essere che sé moltiplicasse,
uscisse in fior dal limo e dalle gemme.

E il colono ministra tante razze,
getta sempre semi, in tanta speme;
e ogni seme a lui risponde e nasce.


Amore e morte

Da saggio cristiano,
lontano dal mondo vo’ amarti,
fra magici sogni dell’Arti
fulgenti,
fra piccoli campi opulenti,
fra raggi divin che tu imparti,

con candida fede
in Dio buon, con immensa 
fiducia in sua gran Provvidenza
sudare
per l’umile nostro alveare,
finchè d’Amor duri potenza,

fin quando la Morte,
con placida ala m’arrivi,
fra lunghe corone d’olivi
festanti,
sui limpidi flutti sonanti
canzoni d’amor fuggitivi…


Epigrafe

Qui giace ancisa dai tuoi freddi dardi,
o vita, qui nella mia nuda stanza,
in verde boccio piena di fragranza,
rosa che mai non seppe umani sguardi.

Socchiuso fior che nella ricordanza
Aperto splendi e alla vita guardi,
ingenuo ancora, e sullo stel riardi,
come in giovane core la speranza,

posa in eterna pace. Pace, pace,
rosa cui fur rugiade i lunghi pianti; 
eternamente, senza sogni dormi.

La vita schiude fior, ma ell’è mendace:
sfoglia le rose, rompe gli amanti,
e tramuta l’aurore in nubi enormi.


Contrarsi

Tutto il mondo è un enigma insoluto,
il mistero del bene e del male…
Perché mai queste belle farfalle
Ch’ora danzan coi teneri fior,

saran vermi nefasti del frutto?
Non so. E sento nel cuore un affanno
E protendo nel buio la mano…
Chi può entrare nel grande Mister?


Mistica

Come nel tardo autunno a cento a cento,
pria della neve, cadono le foglie,
ineluttabilmente, senza vento,
sento cader le mie mondane voglie.


A marea bassa

Il cuor mi dà la lacrima ridente
per tanti casi d’ormai lunga etade,
or gli occhi come fior pien di rugiare
volgo a oriente.

O dolci amici, non cadrò del tutto morto,
su mare di tramonto, a marea bassa,
la navicella mia s’avanza e passa
verso il suo porto.

Non omnis moriar! Lontano dal mondo,
dal tempestoso mar, l’ermo mi chiama
d’infanzia un grido, e con intensa brama
ecco rispondo.


Anch’io, per me quasi ho così sognato,
d’esser presso Sirmio sepellito,
ma d’api e d’onde in lieve rito;
intorno a un prato.

E riavrò quel dio ch’in me fu ucciso
Dal demone crudel, dal fato brullo,
e Indigete sarò del mio Catullo,
sul glauco Eliso.


L’usignolo

Sciolse repente un carme il rosignolo,
qual violinista che trilli trae dal legno,
tutto il bosco ne parve effuso e pregno.
Non d’ali andò, ma di melòdi un volo.

Non coro fu, non musico convegno,
tutti udian muti quel soave a solo,
a lenimento dell’umano duolo,
preludio in terra del beato regno.

Anch’io godo, io sol fra Baldo e Benàco
Quel musico strumento in man di Dio,
ei mi sorride al mio senil acciacco.

Risento d’estri in cuor un lavorio,
dal mondo ancor in mistico distacco,
pur sempre pace all’intimo desio.


Ippocastani

Nel vento caldo i grandi ippocastani
s’agitano con ritmi sovrumani,
tendon le fondi come folli mani,
e i rami come braccia di titàni
e sembran tesi a interrogare arcani
amor, da tanto secolo lontani.

Raccontansi ch’amaron certe snelle
palme sott’altro sol, sott’altre stelle
Donde vedean salir le rondinelle,
le rondinelle dell’amor fedele,
che, lievi piume, come salde vele,
lancia a sfida di spazi e di procelle.

Ippocastani, omaggio di bellezza
d’un’umil terra al sol che l’accarezza!
Ei miran l’onda di Fontana Brezza,
l’azzurro rio che trae lor linfa stessa,
la linfa secolare: giovinezza
sempreverde, a Castion da Dio concessa.


Vita militare

Stagione dei baci
di danze
di palpiti audaci,
di amanze,

nei geli, nei soli
cocenti,
fra i cupi trifogli
lucenti.

La patria su tutto.
Bivacco,
repente saluto,
distacco.

Poi squilli, poi tuoni
maligni,
di mille demòni
sogghigni.

La Morte ch’è a spalle;
ferita,
lontana dal Male,
la vita.

In tenero parco
fiorito
dell’Alpi nell’arco
infinito,

il sol l’onda minia
e colora,
nel verde luscinia
canora.


Preludii

Dagli archi lor Brevi, le viti
Stan pronte a scoccar fiori a grappi.
Spian pronte sul bugno le api.

Volteggian le prime farfalle.
Stan gonfie di fiori le gemme.
Aspetti vari, ma unica speme
D’amor, di piacer trionfale.

Già a fianco il suo fior ha la spina.
Ormai del sol scende il messaggio.
Ormai primavera è vicina!
Spia dall’alto un rosaio selvaggio.

Da terra, dal ciel, dagli abissi
immensi, color d’Eden puro
van lievi al pittor che li fissi
in breve lavor imperituro.


L’ultimo Mulino di Valtesina
A Viola Angelo

Su sfondo della valle rugiadosa
l’arcade poesia tuttora spira
penombre secolari il cuor respira
il cuor fuggito dalla strada afosa.

Con l’ultimo mulino, in tondo gira
la lunga danza ruota acquosa.
Si stende il pioppo al sole, all’aer gioiosa.
E chino al suol il salice sospira.

Cade senza fin la cascatella,
move le mole e l’erbe e i fior irrora.
La ninfa delle fonti, la più bella,

canta, si specchia, occhieggia, s’innamora
di quant’ha intorno. Sorride una vela
lunghi sul Garda. Il sol l’acque vapora.


Risveglio d’augelli

Dormian sui rami là nella pineta
che di resina intensi olezzi esala,
ascosa la testina sotto un’ala,
in posa grazïosa e quïeta.

Ma sorsero del sole alla saetta
in un’onda di cantici, in gran gala
di piume e di voli, in vasta folla lieta
che sbaraglia cantando ogni ombra mala.

Anch’io voglio risorgere cantando,
lottare per la vita, mattutina
lasciar del sogno l’anima al comando,

correre il ciel cantando la rapina
del novo sogno, e un giorno memorando
in Dio posare l’anima divina.


Verso San Zeno di Montagna

Mamma, come godea sul bel calesse
Che l’asinel sollecito trascina,
seguirti nella via montealbina,
che fiori del prato ai fior dell’onda mesce…

Tu spesso d’oltrelago, a lago piano,
udivi batter serre e «pine, pine»,
le donne di Maderno e di Gargnano,
chiamare sottovoce le galline.

Ed io sentia del Gù l’eccelsa vetta,
l’eccelsa vetta che nel ciel s’estolle
cantar Benaco, in vergini parole,
in malïose note di poeta.

E l’azzurro miravo e gl’ardui monti
E i lidi dell’incanto, elise soglie,
e l’agavi, le aiacie e le magnolie,
immenso quadro appeso ad orizzonti

di croco e d’ostro in vesperi di fuoco.
Dintorno erravan greggi e pastorelle.
Degl’agnelli correan in grato gioco,
e altri correan sotto le mammelle.

Qualche pittor in fianco della via,
tele e tinte tendea sul cavalletto,
di Natura il gran quadro, la malia
di Dio volea fermar il suo quadretto.

Ed oggi, s’io risalgo la montagna
che dura, che ritrae l’antico incanto,
son tutto solo, eppur non si bagna
il ciglio mio d’un desolato pianto.

Oh mamma, mamma, più con me non sei,
sei scomparsa, ma è qui il tuo spirto pio
nella notte, gridando il nome mio,
benedicendo ai tristi giorni miei.

Risalgo la bellissima Montagna
E su dal Ciel il guardo tuo mi viene 
e il tuo supremo grido m'accompagna.
E i crisantemi muto in verbene.


Val dei Mulini

Ove per prati in fior, ove per passi
D’impervi sentier, fra rovi, fra sassi

la Val serpeggia, paese lunare.
E quando il plenilunio appare

brillan i rii, scesi da bianchi giochi
e par che tutto nel mister s’affoghi…

Corron, galassie senza foce, i cieli;
la Rocca squilla e illumina i suoi veni.

Ripassan sinfonie di lave e frane;
e salpan del Benaco le Morgane.

Son d’evi preistorici alte gamme,
son onde fresche in paurose fiamme.

Qui mi spaziano gli occhi invaghiti,
di Caos e primavere, d’inni e di miti.


Ninfe boscherecce

Ninfette folleggianti dentro un chiosco
Di carpini che fur capan per caccia,
del Baldo dentro uno stupito bosco
e del Benaco azzurrissimo in faccia,

mi riconoscete ed io vi riconosco.
La lunga via che tanti lustri abbraccia,
ancor mi par rifar con vosco
con vanga e libro e rustica bisaccia.

Una mi guarda, un’altra i rai mi strizza,
qual m’avanza in danza i piè veloci,
qual rustichi stornelli m’indirizza.

O via della mia croce, or t’alzi e sbocci
La verbena che già mort’era e vizza,
per me la sbocci del Letè alle foci.


Estasi

Scende dall’alto un luminoso appello.
Non chiedono più terra gli occhi castri,
ma il Ciel immenso, spaziano pel cielo,
di luce e solitudine entusiasti.

Per quegli ocean senza fine vasti,
senza fin profondi, va lo spirto anelo
fra le genti e mondi che, gran Dio, creasti
e ancora occulti nell’azzurro velo.

Lungi dalla terra, in mistiche rapine,
a udir dal Ciel di Dio glorie, mi scagllio
con la possa d’un’Arte senza fine.

poi torno, come fiero alto ammiraglio
ch’ittinse prode incognite e divine.
E d’aure eterne avvivo il mio travaglio.


Bellezza

Quanti fiori d’ogni colore
E farfalle d’ogni colore
E onde d’ogni colore
E nuvole d’ogni colore,
mirabil smalto
sul verde e l’azzurro,
prato di primavera.


Neve

Mistero di bianco d’azzurro.
Dall’eterno infinito
È caduto il divino silenzio.
Ma il cuore del Cosmo pur pulsa
Mescendo col miele l’assenzio.
E l’uomo sì fral, sì rio
Nel vortice muto
Si lancia su, su verso Dio.
Più oltre, più oltre, più oltre.


Aprile

Tra raggi e piovaschi
Cantan gli augelli
E silenti saltan i maschi
Cercando le femmine…
Aggiorna, aggiorna!

Ma il mio spirito non guarda
L’aprile che torna
Col verde ai vigneti
Né il cielo, né il Garda
Che il cielo riflette,
ma colei ch’è prossima e miete
tutto e tutti,
per sempre, per sempre, per sempre!


Finis

Stupito il selvaggio
Fermò la piroga
Sul fiume lontano…
Ed ecco nel gran tenebrore
D’un mondo che affoga,
una stella brillare:
è il fiore ed il raggio d’un mondo che nasce:
continua il suo viaggio
l’immenso universo.


Pensiero 

Morir senz’aver combattuto
Senz’aver lavorato,
né raccolto alcun frutto,
è peccato.


Possesso

Padroni siam, castaldi o affittuari,
fratelli; tutti in questo mondo
noi siamo solo usufruttuari:
presto moriam e ad altri passa il fondo…
Cavillan gli avvocati, m,a al postutto
il più vero possesso è l’usofrutto.


In limine mortis

L’ombre s’allungano!
Tramonto e oblio!
Sui campi floridi
tramonto anch’io…

Qual cigno, l’anima
D’aspra ferita
Richiama flebile
La stanca vita…

Ma per voi, giovani,
oggi è l’aurora, d’ali e riverberi
è immensa flora.


Heu me!

Brav’è la vita e sì lungo il duolo,
e rea la sorte.
Ti aspetterò qui solo, solo,
sorella morte!



Sul verde e l’azzurro



Sveglia

Ascolto nella notte una campana
Risuona lenta all’aure immiti 
e so ch’escon di cella gli Eremiti.
È mezzanotte ed è per lor la diana.

Nella culla di gigli pur fioriti
Sospira un bimbo una suo doglia strana
E ancor la mamma a fargli «nina, nana»
Con sorrisi e con cenni intimi e miti.


E anch’io mi scaglio con piacer dal letto
E prendo carta, lume, inchiostro e penna
E vergo d’improvviso il mio sonetto.


Risposta

Tu mi hai scritto, piccina, e scusi il male
scritto? Ma io scorgo fra gli scarabocchi
neri, delle tue labbra e dei tuoi occhi
il sereno sorriso verginale.

E adoro tutto prono sui ginocchi
codesta carta che volò senz’ale,
come la voce che da te mi sale,
come lo strale onde ancor mi scocchi

la rosea poesia dei primi inganni.
Nell’ostia della carta veramente
scendesti a me dai cieli arsi e lontani.

Con tutta tua beltà mi sei presente,
e par che il cuor mi rubi con tue mani
sideree, amor, ridendo follemente.


Iter

Pastorella, bionda Erminia,
mentr’io passo nero, nero,
bianchi grappi di robinia
e convolvoli albeggianti,
il sol minia
sul sentiero.

Porto in tasca tanti semi
che darò al mio suol ferace,
perché nascan tutti insieme,
tutti i fiori d’agreste pace
e di speme,
alta face.

O Erminia, hai non ostri e ori,
ma vel verde, eppure sei
gran regina d’ebbri amori,
vinti i sogni ciechi e rei,
d’alba irrori i versi miei.


Maddalena

Tu canti tragedie, romanze
d’amori raminghi ed amari,
gentil Maddalena…
Ma tua vita è tutta serena:
ripeti la vaga canzone
chiusa all’opra nell’umili stanze,
o all’aperto balcone
ripeti la vaga canzone,
fra l’uve ed i fiori; e tu stessa
sei fior di bellezza
e grappoli d’ogni dolcezza.


Ai nipotini

Dei Nostri, ch’aspettano il suon superno,
dormono composti nella terra, in pace,
discerno in voi l’immagine fugace,
in voi le dolci anime discerno.

Di tanti Cari non è il giorno estinto
Nemmen quaggiù, se voi lor somigliate,
o nipotini candidi in procinto
d’affrontar le bufere spïetate.

In vostre mani le cui lievi dita
scorron traendo di vagiti un suono
sull’arpa dolorosa della Vita,
vedo le palme rustiche del nonno.

In vostro viso, in lievità festiva,
pur vedo il viso delle pie sorelle,
recise insieme d’un aprile in riva,
ahi troppo presto e troppo care e belle!


Tramonto e aurora

Questa è l’ora del gran raccoglimento
per me, l’ora è d’ammainar le vele
che non han più bisogno d’alcun vento
e non hanno più bisogno d’altre stelle.

Io son l’autodidatta, lento lento
giunto in porto dopo le procelle.
Tu Rino salpi verso un nuovo evento,
verso l’alloro, verso le rive belle.

Tu navighi. E odi me al porto supremo,
odi la mia voce esil che ti dice:
- Avanti, avanti, con la vela e il remo -.

Serba l’augurio dello zio Felice
del grande autodidatta al lido estremo.
Io muoio. Tu t’avanza in prua vittrice!


Epistola IX a C.T.

Tant’aua terrena abbiam trascorso,
senza del miele che si fa veleno,
senza d’alcun mal suggere un sorso;
or io muoio sorridendo sereno.

Senza rimpianti, senza alcun rimorso,
su me ridendo un nuovo arcobaleno,
e tu resti qui ancor curva il dorso,
fra rosari e vendemmie e fiori e fieno.

Corre continuo il tempo come il fiume,
pingendo di foreste chiaroscuri,
di fior recando immagini e di piume.

Arrivederci presto! E tanti auguri
di vita promessa in aureo lume.
Cogliem radicchi e fiordalisi azzurri.


Memento

Mi ricordo d’un dolce paesello
Sorgente a specchio del Benaco bello.

Sonavano, sonavano a distesa
Le campanelle della bianca chiesa.

Plaudian dintorno i fior ed i palmizi,
tutti chiamando ai religiosi uffizi…

Come scossi da invisibili mani,
fiori, campane e palmizi, i cristiana,

d’ogni mal, d’ogni cura nell’oblio,
chiamavan a cantar: «Noi vogliamo Dio».


Al mio asino

Salve, delle gramigne creatura,
che il Mister della Vita miri e taci;
e vai sognando un’umile pastura,
mentre le bastonate son suoi baci.

Correr per le selve i dì fallaci
era tuo sogno, e ti sortìa Natura;
ma ti vide l’uomo, e con i suoi lacci
t’avvinse al mondo della insonne cura:

al mondo pien d’umani asini illustri,
inutili alla Vita, anzi nocivi,
cibando carta e liquidi palustri.

Ma tu per scarse vigne e scarni olivi,
aiutando al poeta i giorni industri,
asinelle, di poco sazio vivi.


Siccità
(A mia madre)

O nuvolo nero, randagio
di corvi, sull’ali dei venti
ov’esula e tende il tuo viaggio?

Non senti, non senti
la prece dei fiori languenti?

O nugolo nero randagio,
sul cielo più azszuro che mai
t’arresta: d’agosto fa maggio!
Ove vai? Ove vai?
Resta e piovi sull’arso villaggio.


Gita

Passo, soldato, in gondola
canali di Venezia
e il gondolier facezia
l’arguto venezian.

Ei sorridendo dicemi:
«In fondo del traghetto,
la bella in ner scialetto
ghe xe per far l’amor…»
Ed io: «No! son platonico,
non cerco guance e lombi,
ma voli di colombi
e quadri e storie d’or.» 


Musiche
(25 giugno)

Sotto un gran sol lavori faticosi.
Il mio sudor dal viso pioviggina.
Intima sete di dolci riposi…

Sento in me una musica divina.
Han note questi nervi dolorosi,
di liuto, vïola ed ocarina.


Mi reco spesso a Garda vespertina,
carco di versi e d’ova di gallina;
non vendo poesia, venal amante,
ma l’ova sì: son moneta sonante.


Un gatto

O piccolo nero demonio!
Tu miagoli, graffi
E scappi leccandoti i baffi,
ripetendo il tuo lungo preconio;
ma una notte discendi dal tetto,
con piede felpato,
o demone gatto,
e t’accucci sul letto.


Ricordi

Sul mio tavolo fra i libri
tesse un baco a meraviglia,
tesse in lieve bossol d’oro
il suo fil di mille miglia.
E io ti penso «pelarina»,
il mio sogno ancor ti trova
là sui gelsi canterina,
occhi accesi, elisie gambe,
come sculte dal Canova.



In Molinetto

O Carolina, il tuo bel Molinetto
È d’usignuoli e rose una gran reggia.
Tutto di squame lucide serpeggia
Il Torrente al suo piè sul bianco gretto.

Traverso questo magico secreto,
questo luco che l’aria incensa e fregia,
Sirmion vedo che nell’or torreggia,
col Castel, con le Terme, col laureto.

Ininterrotto un tril di rosignuoli
Qui vien dall’ombra viride e ferace,
e salgon di laggiù falcucci a stuoli.

Oh divina armonia di questa pace,
elisio incantamento che m’involi
lontano al mondo torbido e rapace.


Preghiera 

Indugia un sole pallido. Ogni ramo
spogliò dicembre di sua gloria antica.
L’erba sfiorì. Ma il sol pur dice: «T’amo»
alla sua terra, la sua dolce amica.

Ei che ai beanti zeffiri di maggio
Tutta la vestìa di beltà in fiore,
scaldandone col dardo del suo raggio
onnipotente, il giovanile cuore.

Anch’io tal vo’, in pianto, in privazione
d’intonsi libri e d’ogni cara cosa;
ma a te, bimba, mi trae la passione,
come all’aperto fior vespa villosa.

Si come vespa al fiore, del tuo seno,
ininterrottamente, volgo i rai
alla dolcezza, e par che in mezzo ai guai
mi cinga il cuor di mistico baleno.


Castrum leonis ad Benacum
(Castion Veronese)

Castello del leone sul Benaco!
Erto su Garda, Torri e San Vigilio!
Vedo da qui, dovunque io volga il ciglio
Al lago digradar luchi di Bacco.

E l’onde, amanze che non san distacco,
l’onde or tutte azzur, ori e bisbiglio,
l’onde che ruggian al nembo opaco
radunan di turisti un visibiglio.

E tu paesel, miri dal pendio
che digrada verso le riviere.
Con libro in te vissi e asino restio

con vanga e penna, strane primavere
che il nembo sperse. Ed or desio
tramonto d’or nel breve mio podere.


Incidente
Ditirambo

Qua del vin!
Sono incolpato dalla mamma
D’averle mangiata
Una sardella salata,
da lei serbata
per uso più gradito,
per fare la salsa
ad un paese sqisito;
e ciò io aver fatto furtivamente…
Qua del vin!
Non è vero, sono innocente.
Forse è stata la gatta,
bestia stregata,
anzi anch’essa strega,
che a notte ha congrega
con una «naia» di ladri gattoni
in Casa Tenaia.

Qua del vin
Di Bardolin!


La verità è a galla venuta:
fu la Teresina,
che di mamma all’insaputa
mangiò la sardellina.


El dialogo dei Campanili
Satira conciliatoria

Parla el campanil de Costermano:
È ora de volrse ben: denne la mano,

è ora ormai che i vaga insieme, intesi
come le rue del carro i du paesi.

Ma mormora Castion: - mi me domando
S’ho da star sotte a ti che so più grando.-

- ma che grando! Volerse ben de cuore
- fra grandi e piccinin. Viva l’amore!-


Ma le rue dsel carro ancora le siga:
ci volea la scala, ci volea la spiga.

Ci è per Costerman, ci per Castione…
- Abbasso! Abbasso! tutta la questione.

Fin da adesso abbin tutti sbagiato
E alfin bisogna dir: Scudo Crociato.

D’accordo, Campanil! sonemo a distesa
È ora de olerse ben, ora l’intesa.

Perdonene! Basta! Quello che gh’è gh’è.
Laoremo insieme! Tutti, amissi, en piè!

Basta camise rosse, o nere o brune.
Sentì! Sentì! vualtri del Comune:

sminusion de tasse, aumento de salari,
irigasioni, case popolari,

campi sportivi, strade asfaltate,
caro el bottiero e a bon mercà el latte

e luce elettrica e scole e acquedotti…
senò staltra volta… pochi o niente voti!


El mese de maio

Nel mese di maggio
che canta ‘sti osei
che al tepido raggio
rispondi la tera
coi fiori pi bei,
nel mese de maio
dormir no se pol.

Gh’è tanto, gh’è tanto laoro
se léa co le stele:
segar, spiansar e solfrar
e la dona la ‘ol che te pele
e el prete el te vol a pregar.
Nel mese de maio
dormir no se pol.

Se magna, se magna de gusto,
se se buta un momento sul leto,
ma canta, ma canta el mussetto
e fora laoro, trambusto.

Le done anca ele
Le corri, le spela, le guerna
Le cioca, le scurla le arele
A l’orba, a ciar de lucerna.
Nel mese de maio 
Dormir no se pol.

«Fermeve, comare, che v’ho da parlar».
«no posso, g’ho pressia
g’ho tanto da far
g’ho tanti misteri
me boi la pignata
e g’ho i cavalieri».
Nel mese de maio
Dormir no se pol.


La predica del castaldo

Se discori en casa del laorente:
«nominà el castaldo novo…
elo bon o duro e tristo?…»
Salta fora un bel boceta:
«mi l’ho visto, mi l’ho visto…»
«Ci?»
«El castaldo novo…
oh, l’è un uomo grando e grosso;
ma el g’ha l’ocio un poco strovo…»

Salta fora ‘na putela:
«Ma se ‘l g’ha degl’estri storti
parlarò con la contessa
ch’ogni giorno encontro a messa».


È rivà el castaldo novo
a la visita del fondo:
sì, l’è ‘n omo grando e tondo
e co l’ocio un poco strovo.

Nella casa ecco che l’è
E se scambia dei «bon giorno»
E le done le gh’è d’intorno
E le g’offre un bon cafè.

E lu: «Grazie, bona zente,
no voi gnente, no voi gnente»

e comincia a predicar:
«Aria, donne benedette,
aria sempre su cavalieri
se volì de le galete…
E galine gnente affatto
A raspar el somenà
O a becar el gran che spiga.
Care done, semo intesi».

‘l entra in stala:
«Fien al musso? Ma no,
‘l fien l’è per le vacche,
questo, cari, è massa lusso.
Se dà al musso la gramegna
E po’, quando le ghe vol,
bastonade a tutta vegna.
Semo intesi?»


Ecco el salta en motoretta
ecco el va che la schiopetta.

È partì ‘l castaldo novo:
meno male, mano mal:
core d’or soto ocio strovo.
I se struca alor de ocio
Questi bravi contadini.
El castaldo l’è un icrocio
De severo e de bontà.


El contratto dei boi
Ditirambica

G’heva el barba un par dei boi,
che davvero l’era bello,
parean fatti col tornello:
no ghe n’è de mei dei soi.
L’arlevava du vedei,
na cobietta proprio d’oro
e ben presto el tira fora
du mazzotti da laoro
du mazzotti proprio bei.

Quando quei da Bussolengo
i vegneva per comprarli
l’era un giorno un po’ remengo:
se battea per un marengo,
se battea per una carca,
un bellissimo torneo:
gh’è ci tira, gh’è ci scarta.
El me barba ripeteva:
«Roba bella bison pagarla,
g’ho du boi curti de muso,
corno secco, gran mascella,
g’ho el fienil che no l’è sbuso,
posso vender quando oi,
e che entanto i stanga lì».

Ma i sensari i combatteva:
un bordello, un osamento,
i soppiava come el vento:
«Qua la man, tutti d’accordo,
qua la man, l’è un bel affar.
Caro barba, no feo el sordo:
qua la man, lassè che i diga,
ecco ecco la caparra!»

Ma quel barba non consente:
«Così proprio non se ara
e cossì no fermo gnente…
Bison pagar la roba bella:
g’ho du bo’ curti de muso,
corno secco e gran mascella,
g’ho el fenil che no l’è sbuso,
posso vender quando oi mi,
ma che adesso i staga lì»:

Quei che compra, ecco, i è scappè.
(no! i se scondea perché proprio i ghe piasea).
Ma i sensari i ghe batti drio
E i le ciama con gran vosse
Perché i vol la sensaria
E i ghe dise sotto vosse:
«Tornè là, femmo l’affar».
E i torna a contrattar.
«Oh, no i è miga do velade,
genuini sotto il zovo,
genuini sulle strade…
Che bellezza! Du mazzotti
Colla greppia sempre uda,
sempre senza rosegotti…
Con do rgrisi come questi,
se se ara la campagna
po se vendi e se guadagna».

El se vensi co ste frase
el padron da Bussolengo,
el g’ha messo un bel marengo:
i è do bestie che ghe piase.
Ecco, ecco i torna en drio!
tutti in piedi eccoli là!
Ecco i accetta la caparra,
sulle mani i se dà:
«Pronta, Mora, un par de fiaschi,
el contratto l’è serà!».


Vecie e putele

Una festa l’arsiprete
l’ha scuriado le vecete
che balar le voria anca ele…
«Nol sa, sior, c’ha queste vecie
oh, ghe sfoga ancor le recie?»

quando le vede ste so fiole
che le par spaninsole,
che le bala, che le canta,
no ghe par d’erghe i sessanta,
no ghe par d’esser a riposo,
ma ghe par d’erghe el moroso,
se le fiole le ghe l’ha.

La signora California,
che bei sogni ancor s’ensonia,
un bel dì de Carnel
l’ha menà so fiola al bal:
l’era bela, l’era brava
e perfetta la balava.

Sì, la bala allor con uno,
un bel giovine alto e bruno
che, sì, dopo un po’ de giri,
de sorrisi e de sospiri,
senza ‘nar tanto alle larghe,
el g’ha chiesto de ‘narghe.
Dopo un po’ de noti e dì
La risposta l’è de sì.

Ma le vece le recesa:
«No’l laora, no’l va en Cesa».
Ma la madre: «L’è el sior Carlo:
tolo, dopo sì, se pol oltarlo».
Dise l’altre tutte quante:
«Te vo darla a un protestante».
Ma la mare: «L’è el sior Carlo:
tolo, e po’ se pol oltarlo».
E la fiola la dà ascolto
A la mamma e la l’ha tolto.

Alle nozze California
Dal pianser la fa la sbornia:
«Che bon sior, che bel putel,
g’ho na fiola che val en capel,
l’ha sposà un sioron de rassa».
Ecco en macchina la passa!
Le vecete le varda fora
E le sbotta: «L’è na siora,
ogni dì pol nar a spasso,
ogni di magnar de grasso,
la g’ha macchina e caval
per lei sempre è Carneval».


Alegrie de l’amigo
Ditirambica

L’era assè che no ‘l vedea:
l’è vegnudo da lontan;
ghe domando: come vala?
E lu dandome la man:
«Gran salute e pochi schei
e ‘na ciurma de putei
mi laoro da poaretto
e patisso caldo e sé,
ma se g’ho un bel fiaschetto
mi me par d’esser un re».

Tutto quello che se godi
El vien su dai so bicchieri
E se l’ha piantà dei ciodi
Qualchedun li pagarà.

Una lunga setimana
Se laora volentera
E se va a la rusticana:
un seoloto, un cao de ài
o ‘na croze de oio e asedo
o ‘na grosta de formai.
Ma gh’è sempre el so bel fiasco
e se bevi volentera
e se vedi primavera
anca se l’è l’inverno acuto…

Ma me piase più de tutto
che se magna a crepapelle
fasoletti e paparelle.
Viva viva l’allegria
quando gh’è el so bel fiasco;
quando boi
lapignata dei fasoi
gh’è garzaiga en casa mia…

I putei ‘sti terramoti
Gira entorno a al pignata;
gh’è so mama che la scatta:
«Spetè almeno che i sia cotti».
Gh’è ci piansi, gh’è ci prega,
gh’è ci canta, gh’è ci bega
come i fusse biscotin.


La signorina moderna

Quando l’è denanzi al speio
i lavri rossi e manega curta
guai ci la tocca, guai ci la urta,
la brusa, l’è un temporal.

Ma quando che la bala
e anca quando la cammina
oh, la par ‘na farfallina
che la scherza coi bei fior.

E la fa la noncuranza
se la incontra uno scartin
ma se in altra circostanza
la se ‘ncontra co l’alpin 
co la piuma sul capel
dai botoni che ghe sluse
dal vestì for d’ordinanza

la se ferma volentera
a scambiar ‘na paroletta
a ‘mpissar la sigaretta.
Po’ la canta ‘n stornel
E la ‘nvia la bicicleta.
No la sona el campanel
e la va che la sciopeta.

O vualtri ch’i beù ‘n goto
saltè zo ne la cunetta
che se no la ve tol soto
che la va come ‘l folet.

Ma la sera lenta lenta
la va a spasso col Narciso…
gh’è la luna, gh’è un po’ biso
sul mistero lagunar…

Nei solenni dolci incanti
e sussurrano le onde
e sussurrano gli amanti:
lenta lenta si diffonde 
una musica d’amor.


Esequie dei «piti»

Marisa, i toui polli indici
ignoran aure egregie,
ma san la dura legge
che a tutti il Ciel sortì.

Senti! Un dì, essi incontrano
un lor compagno morto:
sostano, l’occhio assorto,
oppressi dal dolor.

Poi fangli strane esequie,
saltando dinazi e indietro,
come ad uman ferètro
il nostro prete suol.

Sott’ala inerte spiano
con ansie esterrefatte:
no, il cuor di lui non batte
all’uscio dell’april.

Ei ratti s’allontanano
come in esiglio, in bando
esequie spittinando 
«pit, pit» al morto lor.

Così farà il mio prossimo
a me: dopo l’insulto
darà postumo culto,
Marisa. O mondo fral!

Io dalle glebe misere
a turbini ignei, insazi,
di nebulose a spazi
intermini migrerò.

 

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