L’angolo della memoria
a cura di Giorgio Vedovelli

                                                            I Proverbi di Torri del Benaco

I proverbi rappresentano la saggezza popolare di un luogo, formatasi con la lenta sedimentazione di massime derivate dall’osservazione della realtà, sia ambientale che umana. Non di rado presentano una veste poetica - con la rima e il ritmo -, allo scopo di favorirne la memorizzazione, e si possono dividere a grandi linee in proverbi meteorologici e comportamentali. I primi un tempo rivestivano un’importanza ben maggiore di adesso, essendo legati alle attività prevalenti, la pesca e soprattutto l’agricoltura, e si possono considerare il distillato di un’attenta osservazione dei fenomeni atmosferici da parte di generazioni di persone in continua ansia per le sorti del loro lavoro. La seconda categoria di proverbi contempla norme di comportamento tese a dare una ‘direzione’ all’agire delle persone nei campi più svariati, dall’economia alla salute, dalla religione al galateo.

Iniziamo con un gruppo di Proverbi che scandiscono l’allungarsi progressivo delle giornate invernali e dove si sente l’impazienza per l’arrivo della bella stagione.

A santa Lùsia, na pónta d’ùcia.
A santa Lucia (13 dicembre) le giornate si allungano di una punta d’ago.
* Le giornate, però, non iniziano ad allungarsi il 13 dicembre, bensì il 22 dello stesso mese: infatti questo proverbio è facilmente anteriore al 1582, quando papa Gregorio XIII corresse il calendario giuliano causando l’arretramento di circa 9 giorni nei mesi dell’anno; appunto la differenza fra il 13 e il 22 dicembre.

A Nadàl, én pas de gal.
A Natale, un passo di gallo.

A la Pifanìa, na dia.
All’Epifania, un dito.

A sant’Antòni, én pas de demòni.
A sant’Antonio, il 17 gennaio, un passo di demonio.

A Pasquéta, n’oréta.
Il Lunedì di pasqua, un’oretta.


Un secondo gruppo di proverbi ruota attorno alle feste natalizie,
spesso caratterizzate da freddo intenso.



A Nadàl l’è chi sensa ‘n fal
e, s’él s’encànta per la via, l’è chi a la Pifanìa.
A Natale il freddo arriva immancabile,
se però si è attardato per la strada, arriva di certo all’Epifania.

Fin a Nadàl, frét no fa, braghe de téla;
dopo Nadàl, frét è pasà, braghe de téla.

* Si ricorre a questo proverbio per consolarsi quando non si hanno vesti pesanti per combattere il freddo: bisogna accontentarsi.

Nadàl soló, Pasqua fogó.
Se a Natale c’è il sole, a Pasqua ci sarà freddo, tanto da dover accendere il fuoco.


E per finire:

La Pifanìa, tute le fèste la para via.
                                                                   

                                                                                   +++


Verso la metà di gennaio si registrano le giornate più fredde dell’anno, ma cominciano ad apparire anche i primi timidi soli, che annunciano la bella stagione, anche se ancora lontana.
I santi di questo gruppo sono sant’Antonio (17 gennaio), san Sebastiano (20 gennaio) e santa Agnese (21 gennaio).

Sant’Antòni da la barba bianca,
se no piövi la néf no la manca.

Sant’Antonio dalla barba bianca (* è sant’Antonio abate), se non piove la neve non manca.

San Bastià, crèpa ‘l ca.
Il giorno di san Sebastiano, anche il cane muore per il freddo.

Sant’Antòni, san Bastià e sant’Agnése,
i è tuti mercanti de néf.

Sant’Antonio, san Sebastiano e sant’Agnese portano sempre neve.


Ma nella seconda metà di gennaio si comincia già a pensare alla primavera; infatti:

San Bastià, èl g’ha la viöla ‘n ma.
San Sebastiano ha la viola in mano.


A sant’Agnése, la luśèrtola én le séśe
.
A sant’Agnese la lucertola esce dalla tana, ma non si arrischia ancora ad uscire completamente, rimanendo tra le siepi.


                                                                                    + + +


Altri proverbi ambientati in gennaio sono:

Chi völ én bó aiàr, piànta l’ai de genàr.

Se si vuole un buon raccolto di aglio, bisogna piantarlo in gennaio.

Se piövi de genàr, l’empiéni l’olivàr.
Le piogge di gennaio fanno aumentare la resa dell’olivo.


Nonostante qualche segno indichi che il peggio è passato, in gennaio e in febbraio il freddo si fa ancora sentire, e bene.
Infatti:
Se no ghé fusse genàr e febràr,
tuti i farìa i pegoràr.



                                                                                    + + +


La festa della Seriöla, che cade il 2 febbraio e corrisponde alla Candelora, o Purificazione della Vergine, segna una data importante nel calendario contadino: l’inverno comincia ad essere meno rigido, anche se non bisogna illudersi che il freddo sia passato.

A la Seriöla, de l’invèrno séma föra,
ma tra nugol e seré quaranta di gh’è ‘n dré.

Alla Candelora dall’inverno siamo fuori,
ma tra giornate nuvolose e giornate serene mancano ancora 40 giorni (alla fine dell’inverno).

Un altro segno che la brutta stagione è agli sgoccioli è il canto della capinera (la sparninsöla).

Quande canta la sparninsöla de l’invèrno séma föra.


                                                                                    +++


Con le prime giornate di sole, c’è il rischio di prendere troppa confidenza con questo sole ‘traditore’; infatti bisogna stare attenti, perché

Èl söl de genàr e de febràr èl te fa mörer da ‘n brut mal.



Altri Proverbi

          la belésa l’è la prima strasà:
               la bellezza è la prima cosa che va rovinata. 

pér comparìr, biśògna sofrìr:
per apparire, bisogna soffrire.
 

brut én fasa, bèl én piàsa:
brutto in fasce, bello in piazza.

* infatti, talvolta un bambino brutto, da adulto può essere interessante. 

pér l’òrbo no l’è mai di, pér èl sórdo no sóna mai meśdì:
per il cieco non è mai giorno, per il sordo non suona mai mezzogiorno. 

l’è méi mörer có la gòba ché cól gòs:
è meglio morire con la gobba, che con il gozzo
* cioè: se si deve dire qualcosa, bisogna dirlo. 

dòna pelóśa, o mata o virtuóśa:
donna pelosa, o matta o virtuosa.

 

èl pu bó di rósi l’ha buta só pare ‘n d’èl pós:

il più buono dei rossi ha gettato suo padre nel pozzo. 

èl canù no l’è credù, l’è ‘l rapà ché l’è vardà:
la persona con i capelli bianchi non desta interesse, è il rapato che è osservato. 

i nèi e le lénte i vé su la pèl de la bèla génte:
i nei e le lentiggini si vedono sulla pelle della bella gente. 

chi goèrna la só pèl, goèrna ‘n bó castèl:
chi bada alla propria salute, amministra un buon castello. 

carne ché se tira, no la val na lira:
carne che si tira, non vale una lira. 

sóto i colór gh’è i dolór:
sotto un bel colorito ci possono essere i dolori. 

anca l’òć èl völ la só part:
anche l’occhio vuole la sua parte. 

spira al nas, o ‘n pugn o ‘n bas:
prurito al naso, o un pugno o un bacio
* cioè: botte o corni in arrivo. 

co la léngoa ‘n bóca se va fin a Róma:
con la lingua in bocca si va fino a Roma. 

val de pu na léngoa ché parla, ché no fa ‘n molì ché màśena:
vale più una lingua che parla, di un mulino che macina. 

la śént sénsa dénć, la g’ha frét a tuti i témp:
la gente senza denti ha freddo in ogni tempo. 

én de gh’è la mira, la gamba la tira:
dove c’è la mira, la gamba tira. 

chi no g’ha tèsta, g’ha gambe:
chi non ha testa, ha gambe.
* infatti, se hai dimenticato qualcosa, devi andare poi a prenderlo. 

èl lèt: dormìr o polsàr, l’è tuta na cónsa:
a letto: dormire o riposare è un unico condimento.
* cioè: non fa differenza. 

 èl bèl véder fa bèl créder:
se una cosa la vedo, ci credo, (altrimenti no). 

quél ché se védi, crédi la metà; quél ché se sénti, crédi ‘n gnént :
quello che si vede, credi la metà ; a quello che si sente, non credere niente.                                                                            

 quànde te la méne masa, la spusa:
quando la tiri troppo per le lunghe, la cosa puzza. 

a nar se lèca, a star se séca:
ad andare si lecca, a rimanere ci si secca.
* è un invito a non essere pigri. 

l’appetito  vien mangiando, e la spira gratàndo:
l’appetito vien mangiando, e il prurito grattando. 

chi è śvèlti a magnàr, è śvèlti a laoràr:
chi è svelto quando mangia, è svelto quando lavora. 

chi magna da pér él èl crèpa da pér él:
chi mangia da solo crepa da solo. 

èl mistér dél Michelàs: magnàr e béver e nar a spas:
la professione del Michelaccio: mangiare, bere e andare in giro. 

l’è méi èser én gra de péver ché ‘n còcol d’aśen:
è preferibile essere un grano di pepe che uno stronzo d’asino.
* è un elogio alla bassa statura. 

quànde la mèrda la mónta ’n scagn, o ché la spusa o ché la fa dan:
quando la merda sale sullo sgabello, o puzza o fa danni.
* infatti, un arricchito si fa sempre notare per un comportamento sopra le righe, e talvolta può anche causare danni.


                                                             

 

LE FAMIGLIE DI TORRI

Home Page

Vuoi collaborare con Berengario.Com? contattaci   •   2000 - 2004 © Berengario.Com -