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con presentazioni di Dino Coltro e Manlio Cortelazzo (dell’Università
di Padova)
“L’originalità di questo vocabolario è già nel titolo “Parole e
fatti”. Per me, uomo della Bassa, è stata la scoperta di un mondo di
cui avevo scarsa conoscenza. Per i i veronesi, e non solo penso per
loro, il lago rappresenta un’evasione, il luogo dove l’anima si apre
alla magia del paesaggio, a un incanto impossibile in altri posti, non
al mare, non sulla montagna che qui diventa un tutt’uno con le acque e
offre profili sfumati, golfi e rientranze, dove si sono “rifugiati”
gli abitanti, in paesi che salgono i pendii e i rilievi, casa dopo
casa, un tetto sopra l’altro. Vedovelli, conoscitore forbito di questo
mondo lacustre, fatto di acque e di terra, di pescatori e di
contadini, ne coglie l’oralità e la tradizione secolari, non trascura
la storia, quando questa si è trasformata ormai nella quotidianità
della “parola” colloquiale.
Se no, come spiegare il significato di una frase così, léngoa da
càtaro, per indicare una linguaccia insolente, “eretica” appunto al
pari dei Catari del XIII secolo. Ci sono “fatti”, avvenimenti iscritti
nella pietra, tradotti in pergamene e libri; altri, sostenuti dalla
memoria collettiva delle generazioni.
Notevole la capacità di Vedovelli di riportare “parole e fatti”,
conservandone la freschezza e l’ingenuità tipica del racconto popolare
e della battuta sarcastica. E’ il caso dello sfortunato soldatino
finito in prigione per aver chiesto informazioni a casa sulla pesca
con il re-mat, la grande rete prima contestata con archibugiate e poi
usata senza più timore di spopolare di pesce il lago. Sono “fatti” che
diventano “parole” e questa li testimonia nella loro fase storica e
sociale, li tramanda per mezzo della memoria collettiva. Il passaggio
alla scrittura, al libro, si presenta come una necessità per fermare
il degrado, man mano che si spegne la civiltà della tradizione orale.”
Dino Coltro
“Il presente dizionario, con l’indagine sui dialetti di Torri del
Benaco, dopo la pubblicazione dei lavori di Pino Crescini e Giuseppe
Trimeloni, completa l’esplorazione lessicografica delle varietà
dialettali dell’alto Garda veronese.
Il lavoro non è frutto – né potrebbe esserlo – di una frettolosa
compilazione, ma viene a completare lustri di dirette ricerche
demologiche sul territorio, oltre che di una approfondito lavoro di
scavo attraverso molte fonti, specialmente informatori provenienti da
diversi paesi e specializzati in singoli campi. Ne risulta una
descrizione completa e particolareggiata delle parlate disposte fra
Torri e Malcesine, che punta non solo sulle affinità che l’attività
principale degli abitanti, la pesca, rafforza, ma anche
sull’inevitabile differenziazione con quelli impegnati nell’entroterra
in altre occupazioni: è un capitolo nuovo che si aggiunge ai
promettenti studi diretti a individuare i caratteri precipui del
dialetto degli uomini delle acque e degli uomini della terra di una
medesima comunità.
Questo vocabolario si distingue per due aspetti: è privo di etimologia
(e questa assenza diventa un pregio, quando precedenti lavori hanno
già dato una risposta alla richiesta di informazioni sulle origini
delle voci più caratteristiche) ed è di una ricchezza e di una varietà
di lemmi straordinarie. Qui non troviamo soltanto un glossario di
parole note, poco note o sconosciute, ma anche la loro giustificazione
e raggio d’azione nella vita di tutti i giorni. A questo scopo sono
completate, quando è significativo, dalle più frequenti locuzioni, che
partono da esse, e, come integrazione delle espressioni tradizionali,
dai Giorgio Vedovelli, che hanno suggerito.
E’ inutile aggiungere il vantaggio non ultimo di contare su una grafia
semplice ed univoca, requisito ormai indispensabile per una retta
interpretazione dei segni senza disturbare la lettura corrente da
parte dei non specialisti.
Sintetico per il noto, diffuso per il poco conosciuto, riconosciamo in
questo vocabolario uno degli esempi più chiari ed efficaci di un’opera
lessicografica dialettale adatta ai nostri tempi.”
Manlio Cortelazzo
Dal volume Parole e fatti. Vocabolario dei dialetti di Torri del
Benaco riportiamo alcuni brani che ci aiutano a conoscere
l’ambiente di Torri in tempi passati.
L’envìsiga bèghe, o stisa bèghe, è il provocatore. A questo
proposito si ricordano due famosi personaggi della campagna di Torri:
èl Giacomó da le Sòrć - era un Vedovelli del ramo dei Santóni - e èl
pòre Visénso, etichettati con due espressioni che ne definivano il
carattere: Visénso stisa bèghe e Giacomó fa afàt. Infatti, questo
Vincenzo si divertiva a provocare liti, mentre il compare Giacomone,
famoso per la sua forza, si incaricava di concludere la baruffa a suon
di botte. Dove ora si trova la trattoria déi Nani, un tempo vi era
un’osteria e al piano superiore durante le feste ballavano. Un giorno,
dal solaio di legno percorso dalle evoluzioni dei ballerini scendevano
sugli avventori del bar delle pagliuzze e dello sporco, allora il
nostro Vincenzo salì al piano superiore e comincio a ośàr, a gridare
come un forsennato, iniziando una lite furibonda. Mano a mano che i
ballerini scendevano dalle scale, Giacomone li prendeva, uno alla
volta, e èl le slansàva dénter dal Graziàno, li ‘lanciava’ al di là
del muro che cinge la casa vicina, portando così a termine l’opera (èl
fa afàt) del suo compare.
Questo Giacomone, detto pure Tenaió, era dotato di una tale forza -
oltre che di un mostruoso appetito, dicevano che facesse colazione con
una terrina colma di latte e polenta - che di lui raccontavano una
serie di imprese che col tempo hanno assunto una connotazione mitica.
Ad esempio, quando dovevano ammazzare il maiale, chiamavano sempre
lui, che, tenendo l’animale fermo ad un orecchio, con un pugno sulla
testa lo ammazzava senza tanti complimenti; quando tornava dal mulino,
invece, portava sempre, uno per parte, due sacchi di farina da mezzo
quintale l’uno, pér no stracàr èl muso, diceva. Una volta lui e i suoi
fratelli avevano costruito una barca e l’avevano venduta ad un
pescatore di Torri, il quale però non riusciva a pagare il lavoro;
perciò Giacomone ed un suo fratello scesero al porto, presero la barca
e, tenendola uno per fiancata, se la portarono alle Sòrć!
Ma il fatto più famoso si ebbe quando, in seguito alla vendita dei
terreni comunali nella zona del Salt, a monte di Brancolino, gli
abitanti di Torri non poterono più andare a pascolarvi il loro
bestiame. I nuovi proprietari seminarono il granoturco, ma quando fu
ora del raccolto i Link utili, che avevano vissuto tale vendita come un
sopruso, andarono nei campi cól sacó dél paió (saccone da letto) e lo
riempirono. Tra questi c’era anche il nostro Giacomone, il quale,
tornando dal gòbo - così era chiamato il furto campestre - assieme ad
un suo amico, piuttosto mingherlino, trovò a sbarrargli la strada
alcuni Gardesani, che avevano l’intenzione di sottrargli il sacco con
le tavèle de formentó. Ma Giacomone, per niente impressionato dal
numero degli avversari, uno alla volta li scaraventò al di là
dell’alto muro di cinta di una proprietà vicina!
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