E’ uscito un nuovo volume di Giorgio Vedovelli:

“Parole e fatti”


Vocabolario dei dialetti di Torri del Benaco e di Pai
con accenni ai dialetti dei paesi confinanti (Brenzone, Albisano)

Prime pagine del vocabolario

 


con presentazioni di Dino Coltro e Manlio Cortelazzo (dell’Università di Padova)


“L’originalità di questo vocabolario è già nel titolo “Parole e fatti”. Per me, uomo della Bassa, è stata la scoperta di un mondo di cui avevo scarsa conoscenza. Per i i veronesi, e non solo penso per loro, il lago rappresenta un’evasione, il luogo dove l’anima si apre alla magia del paesaggio, a un incanto impossibile in altri posti, non al mare, non sulla montagna che qui diventa un tutt’uno con le acque e offre profili sfumati, golfi e rientranze, dove si sono “rifugiati” gli abitanti, in paesi che salgono i pendii e i rilievi, casa dopo casa, un tetto sopra l’altro. Vedovelli, conoscitore forbito di questo mondo lacustre, fatto di acque e di terra, di pescatori e di contadini, ne coglie l’oralità e la tradizione secolari, non trascura la storia, quando questa si è trasformata ormai nella quotidianità della “parola” colloquiale.
Se no, come spiegare il significato di una frase così, léngoa da càtaro, per indicare una linguaccia insolente, “eretica” appunto al pari dei Catari del XIII secolo. Ci sono “fatti”, avvenimenti iscritti nella pietra, tradotti in pergamene e libri; altri, sostenuti dalla memoria collettiva delle generazioni.
Notevole la capacità di Vedovelli di riportare “parole e fatti”, conservandone la freschezza e l’ingenuità tipica del racconto popolare e della battuta sarcastica. E’ il caso dello sfortunato soldatino finito in prigione per aver chiesto informazioni a casa sulla pesca con il re-mat, la grande rete prima contestata con archibugiate e poi usata senza più timore di spopolare di pesce il lago. Sono “fatti” che diventano “parole” e questa li testimonia nella loro fase storica e sociale, li tramanda per mezzo della memoria collettiva. Il passaggio alla scrittura, al libro, si presenta come una necessità per fermare il degrado, man mano che si spegne la civiltà della tradizione orale.”
                                                                                                                                                                     Dino Coltro


“Il presente dizionario, con l’indagine sui dialetti di Torri del Benaco, dopo la pubblicazione dei lavori di Pino Crescini e Giuseppe Trimeloni, completa l’esplorazione lessicografica delle varietà dialettali dell’alto Garda veronese.
Il lavoro non è frutto – né potrebbe esserlo – di una frettolosa compilazione, ma viene a completare lustri di dirette ricerche demologiche sul territorio, oltre che di una approfondito lavoro di scavo attraverso molte fonti, specialmente informatori provenienti da diversi paesi e specializzati in singoli campi. Ne risulta una descrizione completa e particolareggiata delle parlate disposte fra Torri e Malcesine, che punta non solo sulle affinità che l’attività principale degli abitanti, la pesca, rafforza, ma anche sull’inevitabile differenziazione con quelli impegnati nell’entroterra in altre occupazioni: è un capitolo nuovo che si aggiunge ai promettenti studi diretti a individuare i caratteri precipui del dialetto degli uomini delle acque e degli uomini della terra di una medesima comunità.
Questo vocabolario si distingue per due aspetti: è privo di etimologia (e questa assenza diventa un pregio, quando precedenti lavori hanno già dato una risposta alla richiesta di informazioni sulle origini delle voci più caratteristiche) ed è di una ricchezza e di una varietà di lemmi straordinarie. Qui non troviamo soltanto un glossario di parole note, poco note o sconosciute, ma anche la loro giustificazione e raggio d’azione nella vita di tutti i giorni. A questo scopo sono completate, quando è significativo, dalle più frequenti locuzioni, che partono da esse, e, come integrazione delle espressioni tradizionali, dai Giorgio Vedovelli, che hanno suggerito.
E’ inutile aggiungere il vantaggio non ultimo di contare su una grafia semplice ed univoca, requisito ormai indispensabile per una retta interpretazione dei segni senza disturbare la lettura corrente da parte dei non specialisti.
Sintetico per il noto, diffuso per il poco conosciuto, riconosciamo in questo vocabolario uno degli esempi più chiari ed efficaci di un’opera lessicografica dialettale adatta ai nostri tempi.”
                                                                                                                                                           Manlio Cortelazzo



Dal volume Parole e fatti. Vocabolario dei dialetti di Torri del Benaco riportiamo alcuni brani che ci aiutano a conoscere l’ambiente di Torri in tempi passati.


L’envìsiga bèghe, o stisa bèghe, è il provocatore. A questo proposito si ricordano due famosi personaggi della campagna di Torri: èl Giacomó da le Sòrć - era un Vedovelli del ramo dei Santóni - e èl pòre Visénso, etichettati con due espressioni che ne definivano il carattere: Visénso stisa bèghe e Giacomó fa afàt. Infatti, questo Vincenzo si divertiva a provocare liti, mentre il compare Giacomone, famoso per la sua forza, si incaricava di concludere la baruffa a suon di botte. Dove ora si trova la trattoria déi Nani, un tempo vi era un’osteria e al piano superiore durante le feste ballavano. Un giorno, dal solaio di legno percorso dalle evoluzioni dei ballerini scendevano sugli avventori del bar delle pagliuzze e dello sporco, allora il nostro Vincenzo salì al piano superiore e comincio a ośàr, a gridare come un forsennato, iniziando una lite furibonda. Mano a mano che i ballerini scendevano dalle scale, Giacomone li prendeva, uno alla volta, e èl le slansàva dénter dal Graziàno, li ‘lanciava’ al di là del muro che cinge la casa vicina, portando così a termine l’opera (èl fa afàt) del suo compare.
Questo Giacomone, detto pure Tenaió, era dotato di una tale forza - oltre che di un mostruoso appetito, dicevano che facesse colazione con una terrina colma di latte e polenta - che di lui raccontavano una serie di imprese che col tempo hanno assunto una connotazione mitica. Ad esempio, quando dovevano ammazzare il maiale, chiamavano sempre lui, che, tenendo l’animale fermo ad un orecchio, con un pugno sulla testa lo ammazzava senza tanti complimenti; quando tornava dal mulino, invece, portava sempre, uno per parte, due sacchi di farina da mezzo quintale l’uno, pér no stracàr èl muso, diceva. Una volta lui e i suoi fratelli avevano costruito una barca e l’avevano venduta ad un pescatore di Torri, il quale però non riusciva a pagare il lavoro; perciò Giacomone ed un suo fratello scesero al porto, presero la barca e, tenendola uno per fiancata, se la portarono alle Sòrć!
Ma il fatto più famoso si ebbe quando, in seguito alla vendita dei terreni comunali nella zona del Salt, a monte di Brancolino, gli abitanti di Torri non poterono più andare a pascolarvi il loro bestiame. I nuovi proprietari seminarono il granoturco, ma quando fu ora del raccolto i Link utili, che avevano vissuto tale vendita come un sopruso, andarono nei campi cól sacó dél paió (saccone da letto) e lo riempirono. Tra questi c’era anche il nostro Giacomone, il quale, tornando dal gòbo - così era chiamato il furto campestre - assieme ad un suo amico, piuttosto mingherlino, trovò a sbarrargli la strada alcuni Gardesani, che avevano l’intenzione di sottrargli il sacco con le tavèle de formentó. Ma Giacomone, per niente impressionato dal numero degli avversari, uno alla volta li scaraventò al di là dell’alto muro di cinta di una proprietà vicina!

 

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