VOCABOLARIO DI TORRI

 

Alùm: s.m., lume ad olio; pl. i alùm. Era una vaschetta, solitamente di metallo, con un beccuccio da cui sporgeva un lucignolo (le stupì), mentre dal lato opposto vi era un manico che serviva per appendere il lume. Il combustibile era dato da olio di oliva non filtrato e, prima ancora, dall’olio che si otteneva dalla sanguinella (èl sànguen). Dopo l’arrivo della luce elettrica si ricorreva a l’alùm per rischiarare la strada dalla cucina alla stalla, di notte. Era pure presente la forma la lum. V. fruśa.
> le scoménsia a laoràr a l’alba, quande ‘l védi ‘l ciàr, fin a la séra quànde i śmòrsa l’ alùm”: comincia a lavorare al primo chiarore dell’alba e continua fino a sera quando spengono tutte le luci; cón dir ché l’è sémpre sóto.

Am: s.m., amo; pl. i am. Èl lam ad A. (AIS); pl. i lami. I am sono i palamiti, a cui attaccavano vari tipi di esca per la pesca, soprattutto, delle anguille. Quando i metéva i am, calavano cioè sul fondo del lago i palamiti, seguivano un percorso a zig zag (a vòlte), perciò méter i am significa pure ‘alzare il gomito’ per la tendenza degli ubriachi a procedere secondo una linea non proprio dritta (v. bisabòga); cavàr i am corrisponde invece a ‘salparli’.

Angonàra: s.f., gugliata di refe (angonàra da réf) che si passa nell’ago per cucire ( “a la brava cóśinàra, ghé völ curta l’angonàra”: un’abile cucitrice vuole la gugliata corta, per cucire meglio). Da sempre il filo (v. anche gomisèl) è stato associato alla durata della vita, o a parte di essa, e a tale destino non poteva sfuggire l’angonàra: no sta spetàr che l’angonàra la sia vècia: non aspettare che la relazione sia troppo avanti; “l’angonàra, quande l’è masa lónga, la se rómpi (o: la s’éngrópa)”: quando l’amicizia è troppo stretta, rischia di rompersi. Anche se raramente, si sente pure la gonàra.


Àola: s.f., alborella (itt.)(Alburnus alburnus alborella); dim. l’aolì, l’aoléta. L’àgola a Br. Un tempo le alborelle erano catturate, durante la fréga (v.), nei mesi di giugno e luglio, con i bartabèi (v.) in unione con le téle; a tale pesca si dedicavano anche i contadini. Le alborelle venivano poi essiccate al sole, per qualche giorno, e queste àole séche erano vendute soprattutto ai malghesi che se ne cibavano durante i mesi dell’alpeggio. Per ottenere le àole salè - dette anche àole én la lìs (v.) -, il pesce veniva esposto al sole per non più di 5-6 ore, sulla quarà (v.) del porto o sulle arèle (v.); quindi, una volta vizze (fiàpe), vi spargevano sopra del sale e rimescolavano la massa, per poi porre il tutto nelle brénte - ottenute dividendo in due dei barili -, oppure nei piléć (v. pila) di pietra. V. spigónsola e spigonsoló.


La pisarèla de àole: piccolo branco di alborelle che fluttua nei pressi della riva;
 l’è cóme n’àola séca: è magrissimo;
magna de le àole e bévi de l’aśédo!: è un invito a mettersi a dieta;

“trar via l’àola pér ciapàr èl varó”: rinunciare a qualcosa di poco valore con la speranza di fare guadagni maggiori.


Àqua:
s.f., acqua; tisana. Fra le tisane, ricordo l’àqua de gramégna e l’àqua de sàlvia, come diuretici; de malva e de linóśa, come rinfrescanti; de śgumerì e de violòr, come digestivi; de śgumerì e sèlen, contro la tosse. Infine come purgante consigliano l’àqua dél Vas, cioè la magnesia, cosiddetta perché un tempo prodotta nella fabbrica “Dolomia” della ditta CIS in località Vas a Porto di Brenzone; non manca l’àqua del capó, un modo ironico per definire il … brodo!, mentre l’àqua de l’àlbero stòrto indica il vino, efficacissimo contro la malinconia! Pasàr le àque, infine, significa recarsi in un centro termale per cure idropiniche.

L’àqua férma è l’acqua stagnante, mentre la meśàqua (o la metà lac) corrisponde alla linea immaginaria che divide longitudinalmente l’alto lago e che i pescatori individuano, all’altezza di Torri, dal sovrapporsi di due cime sulla sponda bresciana.
a raśàqua: si dice quando l’acqua del lago lambisce (l’è a fil), ad es., il bordo della barca;
èl barchét èl fa àqua: … imbarca acqua;
quanta àqua gh’è?: qual è la profondità?
nar pér àqua: andare a prendere l’acqua alla fontana;

“àqua frésca e servisiàl, te fa guarìr da ògni mal”: bere molta acqua e fare clisteri era una cura un tempo consigliata per guarire da ogni malanno.


Archét: s.m., trappola per uccelli di siepe ottenuta con un ramo sottile di nocciolo (ma anche lantana e orniello), piegato ad arco e tenuto in tale forma da uno spago (én las de gavéta); un capo del laccio attraversava un’estremità dell’archét e portava un pezzetto di legno (la ciàf): quando l’uccellino si posava su questo, lo faceva scattare e rimaneva imprigionato nel cappio. Questa trappola era posta lungo le siepi, spesso sagomate con la falce in modo che sporgesse solo la ciàf dell’archét, sulla quale il povero piter, il pettirosso, era costretto a posarsi.
 méter śó i archéć: in senso figurato indica pure preparare il terreno a proprio vantaggio;
“tórd da s-ciòp, piter da archét, conégre da ré”: infatti gli uccelli erano cacciati in maniera diversa a seconda delle loro abitudini: il pettirosso è un uccellino che presenta un volo spezzettato (su è śó), perciò le reti le vede e non v’incappa, a differenza della capinera (èl conégre); con gli archéć, oltre ai pettirossi, catturavano anche codirossi (scuarósoi), uccelli ché bati la pastùra (v.), alla continua ricerca di bacche, ad esempio di sanguinella (èl sanguén), tanto che un tempo collocavano spesso le trappole su questi arbusti.


Argöier: v., raccogliere l’oliva, tiràr śó l’olìva; p.p. argoì e argoiést; göier a Pai e Br. Come giustamente sottolinea il Trimeloni (1995, p.15), pur essendo il valore del verbo, di per sé, solo quello di ‘raccogliere’, dato che la coltura agricola delle nostre zone era quasi esclusivamente l’olivicoltura, il termine olìva è inteso come un pleonasmo, inutile cioè per la comprensione della parola. V. olìva e olìf.


Arpéc: s.m., erpice, un tempo costituito da due pezzi di legno, lunghi 60-70 cm, posti a croce e trascinati sul campo per frantumare le zolle; alcuni, chi da noàntri, lo costruivano con rami di biancospino (spinó), sui quali ponevano dei grossi sassi per appesantirlo, quindi servendosi di un mulo lo trascinavano pér śmigolàr su ‘l luàm o per śbregàr su ‘l códec, o pér tiràr via ‘l mùs-cio: siccome durante questa operazione questo erpice di fortuna l’empedéva da pér tut, il termine arpéc è passato ad indicare una persona o un qualcosa che ostacola il normale svolgimento delle cose (te sè n’arpéc!). L’erpice era pure usato, al témp de le àole, per pareggiare la ghiaia della riva (v.) dove sarebbero poi convenute le alborelle per la fréga; per questa operazione si aiutavano pure con un grosso rastrello (èl restèl). Pl. i arpéc.
A Pai dicono l’arpéc e l’àrpec; l’arpés a Br.

 

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